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Queensryche - "Q2K" (Atlantic)
Devo dire che ancora oggi non mi sono riavuto dallo shock del primo ascolto di "Here in the Now Frontiers", con cui qualche anno fà i Queensryche dettero un'ulteriore svolta alla loro carriera. Quel disco segnava quasi un distacco definitivo dal passato (dal tecno-metal di "Rage for order", dalla concept opera di "Operation Mindicrime", dal metal da FM di "Empire", dal new progressive di "Promised Land") e un avvicinamento della band al grunge (esclusi alcuni rari episodi che nobilitavano la raccolta), genere che sicuramente aveva poco a che spartire con i nostri eroi. Quell'album in parte risentiva della crisi stilistico-compositiva del chitarrista Chris De Garmo, forse ormai stufo del progetto Queensryche. Oggi che De Garmo se ne è andato e si diverte a suonare con Jerry Cantrell degli Alice in Chains (non a caso leader proprio del movimento grunge) i Queensryche ritornano sul mercato con una nuova opera, un disco che fin dalla copertina è dedicato all'avvento dell'anno 2000 ma che nel suo interno non presenta alcuna traccia di elettronica e tecnologia e anzi ci sembra ancora di più agganciato a un suono sporco e diretto tipico degli anni Settanta. Un po' di effetto grunge è rimasto (più che nello sviluppo dei pezzi nella cupezza del loro sound) ed affiora in pezzi come "One Life" (la cui intro di tastiere quasi pinkfloydiana spiazza del tutto l'ascoltatore visto poi lo sviluppo della canzone), "Falling Down" (che però ha il pregio di regalarci una serie di interventi tellurici del batterista Michael Wilson e che costituisce il battesimo del fuoco del nuovo chitarrista Kelly Gray) e "Breakdown" (che è stata anche scelta come primo singolo dell'album). Con "Sacred ground" siamo però finalmente su un altro pianeta e ritroviamo il suono metallico dei Queensryche di sempre mediato a un ritmo tribale che sembra rimandarci alla cultura dei pellerossa e atmosfere che sembrano rimandarci direttamente al periodo di "Empire". "When the rain comes" è una ballata intensa destinata ad essere affiancata a "Silent Lucidity" e ci regala una delle più intense performance vocali di Geoff Tate e permette a Kelly Gray e Scott xxxxx di muoversi fra atmosfere country e di regalarci preziosi assoli chitarristici. "How could I?" è forse uno dei punti in cui passato e presente della band americana si mediano meglio e in particolare ci sembra in stato di grazia proprio il nuovo acquisto Kelly Gray (molto Led Zeppeliniano o Aerosmithiano nei suoni pur restando fedele alla tradizione dei Ryche). L'apogeo dell'album è quindi costituito da "Liquid sky" (che rimanda al celebre film fantascientifico di Slava Tsukerman), "Burning Man, "Wot Kinda Man", "The Right Side of My Mind" che chiudono in bellezza un disco che proietta direttamente nel futuro il gruppo di Seattle e ne conferma il desiderio continuo di esplorare nuove atmosfere.

 Delta V - "Psycobeat" (Ricordi)
Consacrati al successo già dall'album "Spazio" (che conteneva tra l'altro la loro strepitosa cover di "Se telefonando" di Mina) i Delta V sono divenuto un punto fisso del nuovo elettro-rock italiano regalandoci canzoni cariche di ritmo e melodia. Il gruppo capitanato da Claudio Ferri e Flavio Bertotti ha da poco prodotto "Psychobeat" (BMG), una raccolta di composizioni che vede per la prima volta in formazione la nuova vocalist Luana Heredia (che si dimostra fin dal primo ascolto virtuosa, grintosa ed estremamente versatile) ma che contiene anche una serie notevole di partecipazioni d'autore. Roberto Vernetti (che si era in precedenza occupato della produzione di "Spazio", imprimendovi una profonda traccia) ha ridotto questa volta i suoi interventi a soli 4 brani ("Il primo giorno del mondo", "Non sei solo tu", "Sul filo e "Milla sensi"), Paolino Gozzetti dei Sigmatibet ha lavorato su due pezzi come "Marta ha fatto un sogno" e "Silenzi", mentre Maurizio Liguori dei Technogod fa capolino in "La mia cosa", "Nel mare" e "Le cose che vorrei". Vere e proprie guest stars di "Psycobeat" sono inoltre Angela Baraldi che canta in duetto con Luana Heredia "Silenzi", Mao (ormai da tempo senza i suoi Rivoluzione) che canta come solista ne "La mia cosa" e Garbo che reinterpreta la sua "Quanti anni hai" in una nuova versione rimixata dai Delta V (dimostrando ancora una volta che le sue intuizioni del passato sopravvivono al passare degli anni). Il risultato di questo superprogetto è un album estremamente orecchiabile e ballabile che sposa i suoni di fine millennio con melodie che potrebbero appartenere benissimo agli anni Sessanta ma anche ai Settanta e agli Ottanta.

Plastik - "Plastik" (White and Black)
Disco di debutto per questa band italiana che fa dell'uso moderno dei sintetizzatori una delle sue caratteristiche principali pur abbinandoli a rocciose chitarre. "Plastik" è tutt'altro che un album di plastica e ha poco di chich e di vellutato. E' un album abbastanza cupo che ci sembra la giusta mediazione fra certi suoni della new wave degli anni Ottanta, le nuove sperimentazioni metal-synth dei Nine Inch Nails e dei Marilyn Manson, e quelle trip-hip hop dei Casino Royale, dei Sonica e un pizzico di post-punk alla Ritmo Tribale. Una raccolta onirica triste e oppressiva, dai suoni a tratti apocalittici ma mai troppo estremi che ha per ospiti Chicco Santulli alla chitarra acustica in "Davanti allo specchio" e Aida Cooper voce solista che scuarcia il finale de "Il Profeta".

Denzoe - "Denzoe" (Mad Production)
Sulla stessa scia di un certo dark elettronico ci sembrano muoversi i romani Denzoe che hanno debuttato con una produzione omonima su etichetta Mad Production e colpiscono nel segno con pezzi inquietanti come "Curve", "Sabbia rossa" e "Domande" e mostrano la loro capacità di rimiscelatori e dilatatori di suoni tecnologici nella breve introduzione che fa da prolusione al loro album ma anche nel brain damage remix di "Urlo" e nella versione strumentale di "Curve".

C.O.D. - "La velocità della luce" (Virgin)

"La velocità della luce" ci mostra in azione una delle band italiane sicuramente più ispirate degli ultimi anni, un ensemble capace di ridigerire il rock-poetico dei C.S.I, dei Diaframma, dei Marlene Kuntz e contemporaneamente di riattivare il fuoco inestinguibile della disperazione di band come i Joy Division e gli Smashing Pumpkins. Ma ridurre le intuizioni dei trevisani C.O.D. solo ai punti cardine del loro background musicale mi sembrerebbe assai riduttivo. Canzoni come "Polaroid", "Fiore", "Nevicadere", "Le balene", "Giulio delle stelle" con cui si apre la loro opera prima sono a tutti gli effetti brani seminali che crediamo fermamente che entreranno ben presto a far parte del nuovo immaginario rock italiano. Germi corrosivi pronti a corrodere l'animo degli ascoltatori. Insomma dobbiamo ammetterlo ci hanno letteralmente fulminato superando a velocità della luce tutte le altre novità del momento. Il disco dei C.O.D. è stato magnificamente prodotto da Luca Alfonso Rossi degli Ustmamò e il booklet interno del cd è impreziosito da numerose immagini tratte dal serial fantascientifico a cartoni animati giapponese "Evangelion" (che ben si innesta droidicamente nel sound dei C.O.D.). Non lasciatevi ingannare dalla tartaruga in copertina questo è un disco tutt'altro che innocuo. A proposito C.O.D. sta per Crack Opening Displacement, ovvero il valore raggiunto il quale un materiale metallico in trazione passa dalla crepa alla rottura totale.

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