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Yes - "The Ladder" (Eagle)

La prima cosa che sorprende del nuovo album degli Yes è la scelta dei suoni in sede di registrazioni, una scelta pulita che rende al meglio il timbro di ognuno degli strumenti e quello delle voci, una scelta oculata attuata dall'ahinoi scomparso produttore Bruce Fairbain, che ha esaltato le singole prestazioni dei componenti della band e ci regala un disco in studio che ha le stesse emozioni di un album live. La formazione degli Yes non è stata rimaneggiata rispetto all'ultima tourneé e schiera ancora una volta i veterani Jon Anderson, Steve Howe, Alan White e Chris Squire e i giovani Billy Sherwood e Igor Khoroshev (che ci sembrano perfettamente integrati all'interno della band). Un affiatato ensemble che produce uno dei dischi più vari e intensi della band che qua e là rimanda alle loro migliori produzioni degli anni Settanta e Ottanta ma mantiene una propria identità autonoma e che per fortuna si allontana dai nefasti risultati di "Open Your Eyes". La raccolta si apre alla grande una canzone epica che supera i nove minuti "Homeworld (The Ladder)", un intrigante space opera musicale che ha fatto recentemente da sottofondo all'omonimo gioco per computer PC e che ci rimanda direttamente per ambientazioni ed elaborazione dei passaggi alla fantascientifica "Starship Trooper". Più morbide le scelte di due ballads solari come "It Will Be a Good Day" e "If Only I Knew" dove qua e là traspare l'anima caraibica di Jon Anderson, ma anche la sua oculata esperienza new age-elettronica con Vangelis seppur ben camuffata dietro gli arrangiamenti pomposi del resto della band. Il primo singolo scelto per l'album è "Lightning Strikes", un ritmato pezzo latino-americano che sembra volerci scaraventare all'interno di una sarabanda carnevalesca per le strade di Rio o di Mexico City. "Can I" è un piccolo frammento tribale africano che precede il rock sincopato un pochino reggato alla Police di "Face to Face" (che non avrebbe sfigurato su "90125" o "Big Generator") dove è in bella evidenza il basso di Chris Squire in contrapposizione alla chitarra di Steve Howe e alle tastiere di Igor Khoroshev. Un suono orientale ci introduce a "To Be Alive" un pezzo buono per tutte le stagioni e in particolare per l'estate che ci auguriamo che presto diventi un singolo radiofonico vista la sua estrema orecchiabilità (chissà cosa ne avrebbe fatto Trevor Horn se avesse fatto parte del lotto di songs da lui prodotte negli anni Ottanta!). E non meno intrigante ci pare il seventy-roll di "Finally", con melliflui inserimenti di tastiere e chitarra che rendono più onirica l'atmosfera del brano in chiusura. In "The Messenger" gli Yes fanno il loro personale omaggio a Bob Marley in un pezzo in cui solo la voce ha però mantenuto integra l'ispirazione reggae, mentre "New Language" è un'altra epica suite in cui si susseguono i cambi di tempo che precede "Nine Voices" (l'ideale seguito di "And You and I") con in bella evidenza la voce di Anderson e la chitarra di Howe. E a questi intrepidi pionieri del rock va ancora il nostro applauso vista la loro rinnovata energia, la loro intrepida forza e coerenza nel proseguire lunga la strada tortuosa della musica.

Ritmo Tribale - "Bahamas" (Edel)
Con un titolo del genere si poteva pensare che i Ritmo Tribale avessero deciso di prendersi una vacanza sonora. Ma niente paura "Bahamas" è tutt'altro che un disco solare e rilassato. Edda se ne è andato e i Ritmo voltano pagina, recuperano le forze forti della lunghissima esperienza live che fece seguito a Psycorsonica e si rimettono nuovamente in gioco con un nuovo sound. Un sound che forse in parte era prevedibile già a partire dalla loro collaborazione l'anno scorso con Antonella Ruggiero. Andrea Scaglia alla voce si mostra all'altezza del compito amplificando il più possibile anche lo spazio del suo pesantissimo basso. "2000" è sicuramente il pezzo che da il là e scatena il ritmo di tutto il disco, una canzone cibernetica che ci dà subito l'idea di un avvenire inquietante e che in parte ci ha riportato alla mente certe soluzioni di "No More Tears" di Ozzy Osbourne. L'esperienza di gruppo in uno studio di registrazione come il Jungle Sound di Milano (gestito in prima persona da Rioda) emerge in maniera profonda in tutti i pezzi del disco, una sequenza di brani che merita più di un ascolto per poter essere compresa in pieno. Infatti anche nei momenti più elettrici e scatenati i Ritmo Tribale mostrano un nuova predilezione al rallentamento, il che rende i pezzi estremamente intimisti, cupi ed introspettivi. Pensate solo a titolo brevi come "Lumina", "Musica", "Il centro", "Dipendenza" "Convalescente" e subito potrete farvi un immagine chiara della nuova svolta della band milanese che questa volta è capace di mediare con l'elettronica la rabbia del punk delle origini. La presenza di lunghi pezzi strumentali spesso legati a basi improvvisate che non sono state ritoccate in studio ci regala la naturalezza di canzoni registrate in presa diretta con suoni naturali all'interno di una vecchia cascina. L'album viene inoltre distribuito in due versioni quella normale e quella in digipack che presentano differenti bonus track.
Scisma - "Armstrong" (EMI) 
Quello che abbiamo fra le mani è un disco dai suoni ricercati che fin dalle prime note denota una profonda maturazione stilistica della band lombarda, una raccolta dove le parole in lingua italiana e quelle in lingua inglese si susseguono in un vortice di significati onirici che rende "Armstrong" un disco lunare a allo stesso tempo terrestre. "Troppo poco intelligente" sembra presa di peso dal repertorio dei CSI o dei CCCP con qualche eco quà e là di certi suoni dei Cure e lascia emergere il piacere di una voce strascicata come in una filastrocca, un uso ritmico intenso del basso, una chitarra picchiettata, il sottofondo di una tromba solitaria che sembra volere estraniare l'ascoltatore dal mondo. L'esperienza di bands come gli Afterhours ma anche come gli Smashing Pumpkins, i Radiohead (gli stessi sopracitati Cure), sembra pervadere di tristezza canzoni come "L'universo" e "L'amour". Così come i Beatles più psichedelici ed orientali e la nuova ondata brit pop britannica affiorano a tratti in "Jetson High Speed" con un uso equilibrato degli archi che sovrasta gli echi di due voci, una maschile e l'altra femminile che sembrano rincorrersi nell'etere (un gioco di contrasti e di tonalità che costituisce una costante di tutte le nuove canzoni). "Tungsteno" per la sua vena pop elettronica avrebbe figurato a meraviglia nel repertorio di Max Gazzé e dei Bluvertigo mentre "L'innocenza" con il suo sapore pop delicato sarebbe piaciuta ai fratelli Gallagher degli Oasis. Poseguendo nella nostra caccia alle citazioni (che niente porta via alla sincera originalità e al talento pulsante degli Scisma) "Giuseppe Pieri" è invece orientata a tratti lungo la linea dei Portishead mentre "Simmetrie" e "Good morning" (con un finale in cui i Cure fanno di nuovo la loro fantasmatica apparizione) si segnalano per un uso oculato del rock in rapporto alle strutture sinfoniche degli archi. "E' stupido" parte come un jazz scanzonato e fumoso di sottofondo mediato con un rock disintegrato e distorto (che a tratti ci rimanda ai Talk Talk dell'epoca di "Spirits of Eden" sia nell'uso del piano che della batteria). Tirando quindi le somme "Armstrong" ci sembra un album inciso con l'acido, scalfitto e disintegrato canzone per canzone, che mostra una forte vena psichedelica e che lascia trasparire una rinnovata linfa stilistica nella band e evidenzia i segni di un'incisione quasi carnale (i suoni del disco sono tutti molto vivi e mai casuali) vissuta profondamente momento per momento.

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