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Elio e Le Storie Tese - "Craccracriccrecr" (Aspirine)

Se amate il polpettone fatto in casa o il minestrone di verdure dove la mamma usa fino all'ultimo ingrediente presente in frigo, non potrete che adorare Elio e Le Storie Tese che, ancora una volta, ci regalano uno stupendo frullato misto di generi in sedici canzoni che hanno il sapore piccante del peperoncino dell'ironia. Con la "Visione" Elio e soci si fanno beffe del rap e del hip-hop e compongono una piccola ode dissacrante all'organo femminile e alle sue capacità taumaturgiche. In "Il rock and roll", i ritmi hard rock dei Led Zeppelin, dei Deep Purple, dei Black Sabbath fanno da sottofondo a una canzone interamente dedicata ai rockers e ai metallari del pianeta, amanti di un genere che non ha mai ha deluso i suoi fans, tanto da diventare un piccolo terrorista le cui gesta ci vengono raccontate dalla voce televisiva di Enrico Mentana. Sul versante melodico nostalgico si segnalano "La bella canzone di una volta" (dove il gruppo meneghino scippa abilmente il trucco dell'eco elettronico vocale alla cenozoica Cher) ma anche "Caro 2000" , classico pezzo da balera presentato da Paolo Limiti che ridimensiona la portata epocale dell'anno 2000. E che dire di "Che felicità", dove Elio e Le Storie Tese inseguono e accompagnano il talento istrionico di Giorgio Bracardi (che si dimostra più ispirato e caustico del miglior Califano). "Bobbi Burrs (Baby Birds)" è invece uno scanzonato country rock registrato durante la tournée americana della band e vede alla voce e al banjo il prematuramente scomparso Grande Fratello Feiez. Non contenti dell'effetto già sufficientemente variegato dell'album i nostri intrepidi eroi si buttano a capofitto della suite sinfonico-demenziale di "Farmacista" (che tanto deve a Rossini quanto ai Queen) ma anche nella mini-enciclopedia musicale di "Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan". Alle scanzonate estati degli anni Sessanta è dedicata la frenetica "Bacio" mentre l'angolo della rivoluzione sessuale è ricoperto da ben due pezzi "Sogno o son desktop" e ""Nudo e senza cacchio". E, siori e siori, chiudiamo il lotto vendita con "Disco Music" (sfegatatamente vicina al sound degli Chic, dei Tavares, della KC. and Sunshine Band), un inno al movimento pelvico circolare e alla sfrentata febbre del sabato sera degli anni Settanta, ma anche con "Bis", sberleffo in chiave rock ligabuiana che una volta per tutte acconsentirà alla richiesta disperata dei fans alla fine dei concerti. Gadget aggiuntivo dell'album è una bella traccia cd-rom che vi consentirà una navigazione agevolata in Internet. Che ne dite di un altra porzione di polpettone?

Estra - "Nordest Cowboys" (CGD)

Con questa loro terza prova in studio gli Estra proseguono per la loro strada solitaria e anticonformista e ci ricordano fin dalle note di copertina che "la tradizione è morta, l'emozione mai". I temi della pazzia dell'alienazione, del disagio urbano continuano ad essere al centro del mirino del gruppo capitanato da Giulio Casale (Estremo per gli amici e i fans) che ci regala un album intensissimo di tredici pezzi nato in quel di Treviso ma che avrebbe potuto germogliare a Seattle o ad Atlanta, visto l'orientamento internazionale di tutti i pezzi. Se nelle prime loro produzioni per la CGD gli Estra si erano fatti guidare dall'esperienza di Massimo Bubola qui hanno preferito affidare alle sapienti mani di un produttore americano come Jim Wilson che in precedenza aveva seguito Bob Mould, Joe Ely e Sugar Ray. Alla rocciosità delle chitarre fa da contraltere in tutti i pezzi la voce ispirata e rabbiosa di Estremo, un autore capace di filtrare la poesia attraverso il rock, uno scrittore maledetto che ama cantare la sua disperazione e la sua ricerca di speranza sopra e sotto il suono delle chitarre. In un pezzo come "Nordest Cowboy" gli Estra ci regalano un'immagine spettrale del Nordest italiano, di una Treviso dove il sindaco si fa chiamare sceriffo e dove sono vincenti i miti e le ideologie della Lega Nord e della Balena Bianca una terra di nebbie e di bar, di autostrade ed acciaio dove non si spara, non c'è mafia, ma non c'è spazio per i sentimenti e la coscienza e dove regnano sovrani l'egoismo e l'indifferenza. Un brano che è l'emblema di un mondo moderno e allo stesso tempo primitivo, un ritratto a tinte forti dve emergono anche la voce e chitarra cowboy di Vinicio Capossela e le tastiere minimaliste di Michela Manfroi degli Scisma (che spicca anche in "Diversa e perversa", "Piombo & Carbonio" e "Vorrei vedere voi"). "Signor Jones" è invece un diretto omaggio a Bob Dylan e ai Counting Crows ed apre in maniera cantautorale (con un intervento ipnotico di archi) un disco che proseguirà lungo la scia di suoni ruvidi ed abrasivi. "Drugo" è un richiamo diretto all'"Arancia Meccanica" di Kubrick e al "Grande Lebowsky" dei fratelli Coen, filtrato attraverso la monotonia e l'angoscia quotidiana. Destinati a segnare l'immaginario rock elettrico degli Estra sono invece le intense "Soffochi", "Broken down", "Diversa e perversa" e "Che vi piaccia o no" non a caso messe in sequenza e che costituiscono il cuore pulsante e carico di ritmo vitale di "Nordest Cowboy". A "Surriscaldando mia madre" è lasciato il ruolo di esplorare (con il contributo vocale di Paolo Benvegnù degli Scisma) l'anima ecologista del gruppo in maniera cupa e sussurrata. E così come hanno fatto gli Estra nel loro album anche noi abbiamo riservato al finale la loro "Vieni"(preceduta dalla non meno appassionata "Will be my love", scelta come singolo diretto e senza mezzi termini, una canzone arrabbiata ed elettrica al punto giusto che sottolinea ancora una volta il desiderio di non omologarsi della band.

Hard Rain - "When the good times come" (Eagle Record)
Sulle note di un bluesaccio che non avrebbe stonato in un disco di Joe Cocker o dei Little Caesar o dei Thunder, Tony Clarkin e Bob Catley aprono le danze del loro "When the Good Times Gone". Una raccolta lontana mille miglia dai Magnum più progressivi e che strizza piacevolmente l'occhio all'AOR (adult oriented rock) americano. L'inserimento in formazione di una robusta sezione ritmica composta da Paul Hodson alle tastiere e da Al e Rob Barrow, rispettivamente al basso e alla batteria, ha dato nuova linfa vitale al progetto Hard Rain che al suo debutto aveva forse sofferto un po' troppo delle fredde atmosfere elettroniche create dall'ampio uso di sintetizzatori. E un ruolo fondamentale nell'album è ricoperto anche dalla vocalist Sue McCloskey, onnipresente in tutti i pezzi (ed è particolarmente efficace in "Lightin' Strikes" e "Never Say Never") e che addirittura in "An Ordinary Day" assume il ruolo di solista. L'hard rock tellurico di "Who You Gonna Trust" e "Talks Like a Lady" ci rimanda immediatamente al sound martellante di band come i Foreigner e i Survivor mentre il lato più progressivo (quasi alla Yes) degli Hard Rain emerge a tratti in "Step Back" ma sempre con una giusta mediazione con il rock da FM. Nel mid tempo di "Showtime" c'è invece il tempo per sedersi un attimo in un vecchio bar del New England cullati dalla voce blues di Bob Catley e dai fiati dei Boss Horns. Da manuale, come al solito, gli interventi chitarristici di Tony Clarkin che ancora una volta si è occupato di tutti le stesure delle musiche e dei testi nonché degli arrangiamenti di tutti i pezzi e non da meno sono le prestazioni canore di Bob Catley (una delle migliori voci del panorama hard rock inglese). Insieme i due riescono ancora una volta a innestare una miscela esplosiva che, anche se non è unica nel suo genere, riesce ancora una volta a emozionare.

Angelo Branduardi - "Futuro Antico II - Sulle orme dei patriarchi" (EMI)
Registrato dal vivo il 25 luglio del 1998 nel Duomo di Spilinbergo (Pordenone) nell'ambito della 20 ma edizione del Folkfest Festival "Futuro Antico II" è un sentito omaggio alla cultura dei Patriarchi di Aquileia: principi della Chiesa, ma anche del Sacro Romano Impero, che governarono la Patrie dal Friul, stato indipendente con tanto di Parlamento (addirittura parecchi anni prima della Magna Charta inglese) fino alla fine del Settecento. I Patriarchi di Aquileia hanno lasciato tracce profonde nella lingua e nella cultura istriana e iriulana ed è proprio sotto il loro protettorato che poté operare Giorgio Mainerio (1535-1582). Maestro di cappella dei Patriarchi, ecllesiastico, negromante, compositore, uomo sulla cui vita aleggia da tempo un alone di leggenda Manerio pubblicò a Venezia nel 1578 un "Primo Libro de' balli" (al quale avrebbero dovuto probabilmente seguire altri volumi) che documenta gli usi musicali del suo tempo e costituisce una splendida summa delle danze della sua epoca. La musica di corte e quella popolare vengono mediate nella sua opera in amniera unica. Sciaraciula Maraciula, La Putta Nera, L'Ungherese, L'arboscello, La Fiamenga, La Zanetta Padovana sono solo alcuni dei titoli dei balli trascritti da Manerio che vengono risuonati per l'occasione da Angelo Branduardi e dall'ensemble orchestrale dei Finisterrae sotto la supervisione e la direzione d'orchestra del maestro Renato Serio (che qualcuno ricorderà anche per le sue numerose collaborazioni sinfoniche con Renato Zero). I balli sono stati accorpati per l'occasione in Suites denominate rispettivamente La Parma, Suite D'Angleterre, Suite dell'Arboscello, Suite Tedesca e Ungaresca, Suite Francese, Suite della Paganina. E alle composizioni di Manerio sono state affiancate all'interno delle esecuzioni altri balli di autori a lui contemporanei come John Dowland, Marco F. Caroso, Tyilman Susato, Claude Gervaise, Thoinot Arbeau, Pierre Phalèse, Pierre Attaignant, Hans Newsidler, Pierre Certon e Gasparo Zanetti, ma anche "Il tema di Leonetta" composto da Branduardi e sua moglie per il film "State buoni se potete". Fra le curiosità vorremmo segnalarvi che il tema della "Sciaraciula Maraciula" (cantata per l'occasione nell'originale lingua furlana) che apre il disco aveva fornito qualche anno fa lo spunto base per il celebre "Ballo in fa diesis minore" di Branduardi. Il risultato di questa operazione è come potrete immaginarvi emozionante e sentire nell'aria arie rinascimentali di questo calibro, fa venir voglia di danzare sull'aia al chiaro di luna, o in mezzo ai cortili di un castello medievale. Branduardi si alterna alla voce al liuto e al violino rendeno un sentito omaggio ad alcuni dei suoi fondamentali maestri e conferma il suo talento di menestrello e ricercatore. Ci auguriamo che il concerto a Spilimbergo non rimanga però un unicum e che "Futuro Antico II" possa essere suonato in altre splendide e suggestive piazze d'Italia che ancora oggi mostrano i segni di un passato così importante. E d'altra parte auspichiamo che Branduardi e i Finisterrae possano al più presto mettere in cantiere un "Futuro Antico III".

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