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Paradise Lost "Host" - (EMI)

Una volta potevano calzare loro a pennello generi come il death, il dark e il doom metal. Oramai però ognuna di queste definizioni risulta stretta ai Paradise Lost che con "Host" fanno ruotare di 360 gradi il proprio sound. Già con "One Second" del 1997 la band scozzese aveva dato una brusca sterzata alla propria carriera avvicinandosi a sonorità più elettroniche ma forse nessuno si sarebbe aspettato che arrivassero così presto ai risultati dark pop dell'eccellente "Host". Un pop tutt'altro che mellifuo e tranquillizzante che ha nella sua radice dark (con testi cupi e desolanti) il suo grande punto di forza e che trae spirito dal sound degli anni '80. Chiudendo gli occhi e non avendo nessuna nota di copertina potrebbe sembrarvi di ascoltare l'album più oscuro e cupo mai prodotto dai Depeche Mode e qua e là potreste ritrovare anche tracce dei Soft Cell, dei New Order, dei Cure (la loro "A Forest" appare come oscuro sampler in ben due brani del disco), persino dei Duran Duran o dei seminali Sister of Mercy (che già in precedenza avevano ispirato i Paradise Lost durante l'incisione di "Draconian Times"). Il nuovo singolo "So Much in Lost" è un brano cupo ed oscuro con riff elettronici di batteria e tastiere che farebbe impallidire i Depeche Mode di "Black Celebration". Si prosegue con gli archi dilatati di "Nothing Sacred", vellutati dalle tastiere ma suonati in diretta da un quintetto che ritroveremo protagonista di ben 5 canzoni dell'album. Dentro "Permanent" e "In All Honesty" trovano persino spazio partiture jungle-acid tanto care a Prodigy, Orbital e Underwold. Il disco è stato prodotto da un esperto come Steve Lyon già al seguito dei Cure e di Siouxie and The Banshees e questo si sente in maniera profonda.

Def Leppard "Euphoria" - (Bludgeon Riffola/ Mercury)
Già dal ritorno del loro classico logo in copertina avremmo dovuto aspettarci un ritorno dei Def Leppard ai fasti di album come "High and Dry", "Pyromania" e "Hysterya". E, in effetti, "Euphoria" mantiene quello che promette. Il gruppo britannico è tornato al suo classico hard rock e riduce al minimo l'uso di elettronica costruendo una raccolta di canzoni che sono tutti potenziali hit radiofonici. Per l'occasione Joe Elliott e soci si sono rappacificati anche con il loro vecchio produttore John Mutt Lange (colpevole qualche anno fa di avere letteralmente scippato il sound dei Def Leppard per regalarlo al pluridecorato "Waking Up Your Neighbours" di Bryan Adams). "Euphoria" si apre con due pezzi elettrici come "Demolition" e "Promises" due piccoli classici che gli amici del "leopardo sordo" avrebbero potuto comporre benissimo negli anni Ottanta così come il funky pop di "Al Night" e la zeppeliniana "Paper Sun". "Goodbye" assieme a "It's Only Love" e "To Be Alive" compone un trittico di ballatone strappalacrime mentre "Back In your Face" sembra un out take corale degli AC/DC di Bon Scott. Intrigante lo strumentale elettrico di "Disintegrate" e la caleidoscopica esecuzione di "Kings of Oblivion" in cui i Def Leppard pagano esplicitamente un tributo di riconoscenza ai Rush. L'incrocio fra pop e hard rock è perfetto e ci auguriamo che i Def Leppard non abbiano ancora perso il treno delle classifiche, visto il loro impegno e la loro coerenza stilistica.

Kick "Consider This" - (Beast Records)
Se dovessimo descrivervi in poche parole questo brioso album di debutto dovremmo definirlo come un colorato jukebox dove vi basterà inserire una monetina per selezionare il vostro artista hard pop preferito. I Kick sono infatti dei piccoli camaleonti capaci di suonare di tutto in maniera energica e tutt'altro che scontata.
"Up Close & Personal" con cui si apre l'album potrebbe essere benissimo un inedito di Bon Jovi degli anni Ottanta, mentre un pezzo come "Children of the Sun" non avrebbe sfigurato in un disco degli Extreme e, se vogliamo andare con i riferimenti, ascoltatevi "Consider This" dove viene evocato nientemeno che il fantasma di Michael Hutchence degli Inxs affiancato da quello di James La Brie dei Dream Theater (non c'è che dire il giovane Nick Workman è un eccellente singer). Oppure iniziate a battere il tempo con le mani e i piedi a ritmo di "Another Crazy Summer Night" che è il perfetto incrocio fra il rock grand guignol di Alice Cooper e il punk pop di Iggy Pop. Ma i riferimenti ispirativi non finiscono qui in "Streets of Shame" i Kick si rifanno direttamente al sound dei Queensryche e non è un caso visto che il loro produttore di studio Phil Brown ha lavorato per lungo tempo con Geoff Tate e soci. Agli amanti della ballate sono invece dedicate Blue (presente in ben due versioni), "Let's Make Love Tonight" (dove qua e là sembra di udire echi dei Def Leppard così come in "Bird of Paradise") e "Whispers in the Dark" (a voi indovinare in questo caso l'evidente punto di ispirazione). Molti hanno parlato di vicinanza fra i Kick e i defunti Little Angels ma credo che il paragone sia calzante solo per quello che riguarda la varietà sonora proposta dalla giovane band britannica anche se noi pare che i Kick presentino notevoli somiglianze anche con i Tesla e con gli Extreme. Nessuno dei pezzi contenuti in "Consider this" è stato scelto in maniera casuale e il risultato è una raccolta scoppiettante d'entusiasmo.

Dr. Livingstone - "Al centro del mondo" (Eastwest)
Frizzanti, esuberanti, estivi (nonostante il loro disco sia uscito in pieno inverno) i Dr. Livingstone sono stati di sicuro una delle poche piacevoli sorprese dell'ultimo Festival di Sanremo. Il loro album di debutto "Al centro del mondo" è un concentrato di potenziali hit singles. Il lavoro di produzione dei suoni effettuato dall'ormai ricercatissimo Roberto Vernetti (l'ex bassista degli strampalati Aeroplani Italiani) in cinque dei pezzi chiave dell'album si sente eccome e facili sono i paragoni con i suoi precedenti lavori per gli Ustmamò e i Delta V, così come emerge chiaramente anche l'apporto di Madaski in altri due pezzi. Ma le somiglianze a tratti notevoli con le citate giovani band non portano via nulla all'originalità espressiva dei Dr. Livingstone che fanno proprio dell'estrema orecchiabilità e della cadenza dancereccia di tutti i loro pezzi la loro grande forza. La cantante del gruppo Anna Basso ha sicuramente imparato bene la lezione di Antonella Ruggero (soprattutto quella del periodo eletttro-pop dei Matia Bazar), ma anche quella di Mina, Mara Redeghieri, Francesca Lago e persino a tratti quella di Piero Pelù (taluni birignao vocali ci sembrano infatti molto vicini a certe performances dell'artista fiorentino). I suoni del disco sono volutamente elettronici, ma mai piatti, hanno spesso un ritmo forsennato e sono adattissimi per essere ballati in discoteca, i rimandi alle produzioni trip hip hop della scuola di Bristol di Tricky, dei Massive Attack, dei Portishead (ma anche a certe produzioni dei Depeche Mode) sono espliciti ma mai banali. I testi sono allegri e sbarazzini, mixano oculatamente sentimenti e situazioni quotidiane, mantenedosi sulla linea melodica delle filastrocche. Stilando la lista delle nostre preferenze vi consigliamo caldamente l'ascolto di "Via dalla realtà", "La festa è finita", "Al centro del mondo" (eseguita in ben due versioni), "Donna di ghiaccio" e "Polvere" (eccellente cover di un celebre singolo di Enrico Ruggeri). Un disco da portare assolutamente alle feste.

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