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GUIDE E DIZIONARI JAZZ, UNA QUESTIONE MOLTO INGLESE di Guido Michelone

Nel campo degli studi sul jazz esistono, da molti anni, grosso modo tre grandi ambiti letterari, che compendiano vari insieme di studio e ricerca, informazione e giornalismo, critica e musicologia. C’è per così dire una scuola francese, una americana e una britannica. Sono le principali ma non le sole: all’interno dell’americana, o meglio statunitense, occorrerebbe distinguere la scuola afroamericama. E popi, come si sa, il jazz è oggetto di attenzione in molti altri paesi occidentali: da alcuni decenni sta infatti uscendo libri in lingua tedesca, svedese, olandese, giapponese, spagnola, portoghese e naturalmente italiana. E se si dovesse aggiungere il discorso su riviste e periodici, il numero delle lingue salirebbe vistosamente, dato che il jazz è praticato e seguito quasi ovunque. Tuttavia gli ambiti principali sia epistemologici sia divulgativi rimangono appannaggio non solo di lingue ma di nazioni in cui il jazz è nato e cresciuto oppure ha ottenuto vantaggi o privilegi sul proprio status artistico-culturale. In quest’ultimo caso i pensiero va soprattutto alla Francia, che si ritiene, anche giustamente, la seconda patria del jazz, perché a Parigi e dintorni non solo si sono sviluppate le prime forme di autentico jazz europeo con Django Reinhardt e il cosiddetto swing-gitan, ma si sono manifestate profonde attenzioni che a loro volta sul jazz hanno dato vita al primo libro, al primo festival, alla prima etichetta discografica, nonché ai primi intellettuali e ai primi movimenti d’avanguardia in perfetta sintonia con il sound afroamericano. E in tal senso la letteratura jazzistica francese è tra le più sofisticate, originale soprattutto per quanto concerne l’aspetto teorico, filosofico e anche politico della materia sonora stessa. Negli Stati Uniti da un lato prevale invece un serio interesse a livello tecnico-musicologico, dall’altro cresce un riguardo sugli aspetti sociologici ed etno-antropologici (collegati spesso alla black culture). L’Inghilterra, che invece, non è considerato un paese fortemente jazzistico – sicuramente inferiore nell’immaginario collettivo all’Italia, alla Scandinavia, persino all’Est Europa, al Sudafrica e al Sudamerica – si riscontra un approccio di indubbia efficacia che in fondo compendia tutti gli elementi chiamati in causa all’inizio: studio e ricerca, informazione e giornalismo, critica e musicologia, in senso buono, positivo, ottimista. In tal senso i recenti Jazz Encyclopedia di Richard Cook e Jazz Recording di Richard Cook e Brian Morton, entrambi pubblicati da Penguin (Londra) rappresentano brillantemente la scuola jazz del Regno Unito: sulla scia di una tradizione precipuamente britannica (tra l’altro legata in particolare proprio a questa celeberrima editrice) i due volumi offrono un approccio didascalico di indiscusso valore, compendiando approfondimento e chiarezza, pragmatismo e riflessione, con scelte talvolta insolite e persino coraggiose. Ad esempio nell’Encyclopedia Cook alla fine di ogni voce elenca un solo disco per ciascun musicista, disco che per l’uso di questo libro può risultare un’arma vincente. Per contro, nell’elencare tutti i CD in commercio (il testo è all’ottava edizione, in media una ogni due anni) Cook e Morton invece nel Recording selezionano nei dettagli le qualità di ciascun album con le arcinote stellette, oltre una serie di ‘core collection’ riservate solo ai capolavori dei ‘maestri’. Ecco dunque un bel procedere nel compilare guide e dizionari, al punto che sembra proprio che nel parlare per iscritto il jazz risulti una questione molto inglese.


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