spacer

spacer


finardi


































spacer

 

spacer

spacer

Eugenio Finardi, Anima Blues (Edel)

All’arena di Milano per il concerto omaggio a Demetrio Stratos, il 14 giugno 1979, Eugenio Finardi intonò una dolente Hold on (tieni duro). Un segnale dell’amore di Finardi per la musica delle radici americana. Finardi, che armonica e voce, imitava John Mayall. Finardi che adorava i Cream e frequentava il Bang Bang, tempio del blues milanese. Finardi che tredicenne in una vacanza dalla nonna negli Stati Uniti apprendeva l’abc scoprendo Robert Johnson, Muddy Waters e John Lee Hoker. Finardi e il blues insomma. Il blues, amato e coccolato, suonato con Alberto Camerini nell’adolescenziale Dreaming Bus Blues Band prima e ne Il Pacco poi.
Finardi, ormai cinquantenne, torna al blues con un disco di pregio che chiude il cerchio del suo percorso artistico o forse semplicemente presenta un nuovo inizio.
Dopo la rilettura delle sue canzoni anni ’70, quelle del glorioso periodo Cramps, nel disco Cinquantanni, dopo gli approcci da interprete al fado e dalle rarefatte atmosfere racchiuse nel suo progetto Il silenzio e lo spirito eccolo tornare, da autore e interprete, al blues, musica pulsante e vitale.
Undici canzoni e una cover, per un disco ben scritto e meglio suonato e interpretato. Un progetto articolato, basato però su di uno slancio passionale, che mostra ancora una volta le potenzialità del Finardi interprete. Un progetto autoprodotto composto da undici pezzi nuovi e una cover – l’intensa Spoonful di Willie Dixon – con una band affiatata che vede Finardi alternarsi a chitarra, basso e armonica; Pippo Guarnera, organo Hammond e piano Wurlitzer; Massimo Martellotta, chitarra, lap steel, basso e mellotron e Vince Vallicelli, batteria e percussioni.
Un disco pieno di riferimenti. Dal blues delle radici a Tom Waits e ai Led Zeppelin, con alcune parentesi di tipo acustico, che rimandano a certe soluzioni in zona Ry Cooder o Ben Harper.
Il disco si apre con un inno alla vocalità roca che Finardi, in Mama left me, interpreta con forza in un sincopato blues dalla costruzione chitarristica da manuale. Slide e atmosfera per Heart of the country, mentre all’insegna del sogno troviamo Pipe Dream e Marta's Dream, brani diversi per impostazione ma ambedue vitali: linea melodica inusuale per il primo pezzo e uno splendido arpeggio nel secondo pezzo, unico pezzo strumentale del disco scritto totalmente da Massimo Martellotto. Holyland è una trascinante invocazione dove l’hammond la fa da padrone, Won’t you help me Jesus canta con trasporto Finardi. Rock-blues e omaggio ai Led Zeppellin in Mojo Philtre; simpatico blues per Barnyard Mama, assonanze root per Doctor Doctor, impreziosito dall’armonica suonata da Finardi. Simpatia e apertura a sonorità solari per Estrelita.
Un disco che esplora le lande del blues in tutta la loro estensione, un lavoro certosino sia nella costruzione del suono che dell’atmosfera in cui Finardi continua a usare la sua voce come uno strumento. Vista la ricchezza del materiale e della scrittura ci auguriamo un seguito.

I Barritas/ The Berets, La messa dei giovani/The mass for peace (Duck Record)

Gradevole sorpresa questa ristampa su CD (fra l’altro nella duplice versione in italiano e in inglese) di quel fenomeno anni Sessanta di cui si era persa qualsiasi traccia: il fenomeno delle messe beat.
I sardi Barritas verso la metà degli anni Sessanta, dopo alcune cover in italiano come Go Now (Mi appartieni ancora) dei Moody Blues o la scolastica Help Me Rhonda dei Beach Boys e dopo qualche gustoso tentativo di commistione sardo-beat, si lanciarono nell’avventura della messa beat (o folk usato spesso e curiosamente come sinonimo). Esperimento riuscito come testimoniano non solo da una trionfale esecuzione nella cappella Borromini a Roma addirittura alla presenza di Paolo VI nel 1966, ma dalla qualità dei pezzi (quasi tutti di quello sconosciuto genio musicale che fu Marcello Giombini) dove il beat è il filo conduttore. Esperimento interessante e riuscito anche se, all’orecchio non abituato ai testi liturgici, può suonare bizzarro. Suonata con gusto e competenza questa messa beat porta in sé un ottimo esempio di beat italiano. Fra i pezzi più noti certamente il pezzo dedicato a Martin Luther King, Non uccidere, tutto dedito ai principi della nonviolenza.
L’etichetta milanese, Duck Record, ristampa nell’aprile 2005 questo lavoro. Non sappiamo se in prospettiva archeologico-collezionistica, storico-documentaristica o per tentare di agganciare fette di mercato che guardano con favore il fenomeno della musica cristiana. Da lodare, la concentrazione in unico CD della versione italiana di quella inglese della messa beat (al tempo definita messa dei giovani tout court, supponendo un’interessante equazione). Da segnalare la mancanza assoluta di informazioni intorno al contenuto del CD (se si eccettuano i titoli dei pezzi, autori e lunghezza). Infine, è bene ricordare che front-man della formazione era il bravo Benito Urgu di cui vorremmo però dimenticare l’involontaria demenzialità del suo pezzo anni Settanta Sexy Funny. I Barritas tra beat, surf, una spruzzata di shake e folk dialettale si sciolsero alla fine degli anni Sessanta e l’unico episodio di nota dopo la loro messa beat fu un’ottima cover di Sunshine of your love (Ritorno da te) dei Cream.
Dalle loro ceneri, grazie alle doti del bassista Antonio Salis nacque lal formazione “Salis and Salis”, in seguito e poco fantasiosamente solo “Salis”, gruppo degno di nota nel progressive italiano per la loro commistione di progressive e folk. Non sappiamo molto della distribuzione del CD, che compare qua e là, in piccoli negozi o nella grossa distribuzione (lasciando i commessi nell’imbarazzo della collocazione del CD). L’etichetta ha comunque un sito internet www.duckrecord.com.

Stefano Gorla

© 2005 Stefano Gorla - per gentile concessione dell'autore


sezione musica | archivio recensioni | drive index
Drive magazine ©1999-2005. Contatta la
redazione di drive magazine