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“The Return of the Son of…” - Dweezil Zappa plays Zappa
Milano Jazzin’ Festival, domenica 18 luglio 2010

di Maurizio Principato

Nella torrida estate del 1982 Frank Zappa si esibisce al Parco Redecesio di Milano. Non si tratta di un parco, in verità, ma di una polverosa distesa di terra battuta ricca di pozzanghere paludose infestate da zanzare fameliche. Quando le luci si accendono sul palco le zanzare abbandonano le pozze melmose e si avventano sui musicisti indifesi. La scena verrà ironicamente ripresa sulla copertina del’album “The Man From Utopia” disegnata da Tanino Liberatore (tra il pubblico vengono ritratti – probabilmente su indicazione dello stesso Zappa - parecchie “guest star”: il Papa sulla portantina, dei cocainomani, alcuni tifosi abbruttiti). Nel 2010 Dweezil Zappa si esibisce con la sua band sul confortevole palco del Milano Jazzin’ Festival (presso la pregevole Arena di Milano), davanti a un migliaio di entusiasti fan di tutte le età. Cambia l’ubicazione ma le zanzare sono ancora lì e il figlio di Frank diventa la loro vittima preferita. A dispetto delle avversità Dweezil e il suo gruppo si producono in un mirabolante concerto: due ore e mezzo di musica praticamente senza interruzioni, 22 brani eseguiti con precisione millimetrica e con trascinante passione. Il repertorio spazia dalla seconda incarnazione dei Mothers of Invention (ovvero i MOI con gli irriverenti Mark Volman e Howard Kaylan alle voci) ai lavori di Zappa dei primi anni Ottanta come “Tinseltown Rebellion”, con rimandi anche ad alcuni pezzi riarrangiati in occasione del tour del 1984 documentati nel volume 3 della raccolta You Can’t Do That On Stage Anymore. L’energia è potente e la direzione d’orchestra di Dweezil ha aspetti peculiari e distintivi. Tutti i brani vengono eseguiti in rispetto delle versioni originali, prestando profonda cura ai suoni e al tempo di esecuzione ma virando con gusto su sapori funk prettamente seventies. Emerge con eccellente evidenza la personalità rock di Dweezil, grande chitarrista dotato di tecnica, fantasia e inventiva, che si produce in numerosi assoli degni della lezione di Frank Zappa, ovvero: improvvisare con la chitarra per creare delle ‘composizioni istantanee’ che non siano meri esercizi di stile. Il gruppo lo asseconda e lo supporta con ineccepibile professionalità.

Vediamo i brani uno per uno:
Il concerto inizia con “T'Mershi Duween”, asciutta e precisa. La band è ancora fredda, le tastiere sono lontane e poco incisive.
“Easy Meat” porta un notevole carico di energia sul palco. La potenza del brano viene mitigata dall’assolo di Dweezil: il chitarrista sceglie di usare un suono da ‘sitar spaziale’ che unisce e amalgama tutte le note, rendendo insolita e affascinante l’esecuzione; il rimando filologico è al violino di Shankar, prodigioso strumentista indiano che chiese a Zappa di produrre il suo “Little Stinker”.
“Mystery Roach” viene suonata con notevole carica e passa il testimone a “Florentine Pogen”, in versione hard-soul, con un ottimo lavoro di batteria dell’indiavolato Joe Travers (che è anche l’archivista di casa Zappa). La divertente e licenziosa “Daddy Daddy Daddy” si lega all’altrettanto esilarante e licenziosa “What Kind Of Girl Do You Think We Are?” in cui Scheila Gonzales e Ben Thomas duettano con greve ma irresistibile ironia.
A questo punto Dweezil si ferma e chiede aiuto: le zanzare lo stanno massacrando, ma ecco dunque arrivare il roadie con dei repellenti spray. Mentre il chitarrista si cosparge di ‘unguento miracoloso’ Joe Travers e il secondo chitarrista Jamie Kime improvvisano un cretinissimo stacchetto che ricorda i brani usati per gli spot pubblicitari di creme solari e affini.
La audience esplode con le note di “Peaches En Regalia”, uno degli strumentali più noti e amati del repertorio zappiano.
Poi è il turno di un’eccellente versione di “Echidna's Arf”, seguita da un’altrettanto impressionante versione della folle “Montana”, dove il cantante Ben Thomas si cala perfettamente nelle modalità canore di Frank Zappa, creando non pochi brividi negli estimatori più appassionati (i cosiddetti ‘deranged fans’).
L’ultimo arrivato nella band – il tastierista, violinista e cantante Chris Norton – ricopre il ruolo vocale che fu originariamente di Adrian Belew nella sincopata e veloce “City of Tiny Lights”, da “Sheik Yerbouti”. Segue una piacevolissima sorpresa: “Blessed Relief”, tratta dall’album “Grand Wazoo”, notturna e jazzata. Scheila imbraccia il flauto traverso per un assolo ispirato; ottimo l’intervento al vibrafono di Billy Hulting. “The Little House I Use To Live In” (apparsa per la prima volta in “Burnt Weeny Sandwich” dei Mothers) viene eseguita nell’arrangiamento di “Fillmore East 1971”, seguita da “Latex Solar Beef”, “Mudd Shark” e da una sintetica “Willy the Pimp” impreziosita da un infuocato assolo di batteria. La sezione ritmica domina anche nella successiva “Apostrophe’”, che mette in luce il basso di Pete Griffin, strumentista preciso e granitico che non fa rimpiangere l’assolo originario di Jack Bruce ma, anzi, arricchisce l’intervento con linee melodiche argute e non scontate. Un crescendo di benefica energia viene prodotto dalla sequenza che vede “Don’t Eat the Yellow Snow”, “Purple Lagoon” (tecnicamente e musicalmente perfetta, nonostante le asperità ritmiche), “Bamboozled By Love” (che include “Owner of a Lonely Heart” degli Yes come nella versione di “Bamboozled…” del tour di Frank Zappa del 1984). Funamboliche e assolutamente esaltanti “Big Swifty” (con assoli di tastiere, percussioni, sassofono), l’ironica e strutturalmente complessa “Wild Love” e infine “Yo’ Mama”, brano originariamente dedicato da Frank Zappa a Tommy Mars (il bravo tastierista che tuttavia faceva spesso errorini di esecuzione e veniva per questo multato da Zappa). Qui Dweezil – che nel corso del concerto suona numerosi assoli senza ripetersi ma, anzi, dimostrando un gusto raffinato e una versatilità non comune - si produce in un intervento straordinario, che manda in visibilio la audience.
Per i bis vengono scelti due pezzi irresistibili: “Keep It Greasey” e “I'm The Slime”, entrambe molto funk e detonanti.
Un concerto eccezionale per una band spettacolare, che mi auguro (ci auguriamo?) di rivedere quanto prima, in Italia o altrove.