navigazione
drive home page

musica
Home

recensioni

speciali

concerti
eventi

sezioni

rock'n'roll noir
rock and horror encyclopedia
borderline
all that jazz


categorie

musica

cinema

libri

fumetti

contatti

 

drive magazine

© Stefano Marzorati 2010

 

John Zorn: Essential Cinema

17 Maggio 2010, Teatro Stabile di Bologna
Musiche dal vivo su film di Joseph Cornell, Harry Smith, Wallace Berman, Maya Deren, Jean-Luc Godard
recensione di Maurizio Principato

“Sullo schermo vediamo qualcuno che cammina. Sappiamo che qualcuno cammina: ci viene mostrato, lo si può vedere. Non è pertanto una ridondanza aggiungere il rumore che fanno i passi sul suolo? Non è più una distrazione che un aiuto? Nel suo ‘Shock Corridor’ il regista Fuller sceglie di far concentrare la nostra attenzione soltanto su ciò che importa di più. Spesso entriamo nella mente del personaggio in primo piano e qualsiasi altro suono viene chiuso all’esterno. Talvolta veniamo lasciati soli con il dialogo interiore, altre volte con la sola musica (…) ma soprattutto è interessante osservare nel film il gioco delle densità, dal momento che Fuller combina i tre elementi basilari del sonoro in vari modi: solo dialogo, dialogo e musica, dialogo e effetti, solo musica, solo effetti ecc, per creare una sequenza lineare di eventi la cui complessità aumenta e diminuisce” (John Zorn, “Sound directions in Fuller’s “Shock Corridor”, NYC – Agosto 1990).

John Zorn ha una profonda conoscenza del cinema d’autore della prima metà del XX secolo. Con lo sfavillante supporto di Electric Masada/The Dreamers ha messo il proprio talento di compositore e direttore d’orchestra al servizio delle immagini in movimento: è avvenuto lunedì 17 maggio 2010 al Teatro Stabile di Bologna – Arena del Sole, nel corso della rassegna dedicata all’integrale delle opere di Jean-Luc Godard, organizzata e promossa da AngelicA, Cineteca di Bologna e Regione Emilia Romagna.
La performance musicale, intitolata “Essential Cinema”, ha accompagnato sei cortometraggi di cinque autori/registi che hanno sperimentato tecniche, modalità narrative, uso delle luci e dell’immaginazione.
Un concerto di Zorn – indipendentemente dalla formazione con cui si esibisce o che dirige sul palco – è sempre un evento memorabile. Nel corso degli anni l’energia di questo musicista e compositore ebraico newyorkese si è trasformata e così anche il suo stile onnivoro, improntato a un eclettismo via via più strutturato ma sempre aperto a recepire influenze di ogni genere o segno.
I sette temerari che lo hanno accompagnato a Bologna sono Marc Ribot (chitarra), Jamie Saft (tastiere), Trevor Dunn (contrabbasso), Joey Baron (batteria), Kenny Wollesen (vibrafono), Cyro Baptista (percussioni), Ikue Mori (electronics). Tutti volti stranoti per chi segue da vicino il lavoro di Zorn, che ha coinvolto i musicisti citati in diversi ensemble o progetti (Music Romance, Electric Masada, The Dreamers, Bar Kokhba).
A seconda dei film i musicisti entravano o uscivano di scena – musicalmente parlando – creando un senso di rinnovamento dinamico nel potenziale espressivito della formazione.
Il primo cortometraggio, “Rose Hobart” di Joseph Cornell, un racconto drammatico e sensuale carico di esotismi ridondanti e con diversi picchi di brutalità, è stato abbinato a un brano nello stile etno-lounge-surf de The Dreamers. Un ostinato (cioè un fraseggio ripetuto) di contrabbasso a opera di Trevor Dunn, sostenuto una sezione ritmica potente (batteria, percussioni e vibrafono), ha creato la piattaforma su cui Marc Ribot ha improvvisato senza risparmio di energie, conquistando immediatamente un ruolo di primo piano nel concerto.
Il visionario “Oz: The Tin Woodman’s Dream” di Harry Smith ha visto in azione solo Ikue Mori, coadiuvata da Zorn che, seduto di fianco a lei, interveniva nella scelta di suoni, pattern e tramature musicali.
Le improvvisazioni infuocate del nevrastenico trio free Zorn – Dunn – Baron hanno fatto letteralmente impazzire la folta audience, sulle immagini ruvide e memorabili di “Aleph”, diretto da Wallace Berman che lavorò per dieci anni alle riprese (e al ritocco manuale) di questo piccolo, grande film.
Meno ispirate ma allo stesso modo di grande interesse le musiche del tetro “Ritual in Transfigured Time” di Maya Deren, di “Collage # 36” di Cornell e di “NIKE and spot” di Jean-Luc Godard.
Quasi un’ora e mezza di cinema e musica, senza soluzione di continuità.
Ma il concerto non poteva finire così e la formazione ha concesso tre bis.
Il primo è stato una versione abbastanza esplosiva di “Little Bittern”, brano originariamente apparso nell’album di Zorn “O’o” uscito nel 2009, dove l’indomabile Ribot ha portato allo scoperto le migliori energie, con piglio nervoso e appassionato. Ottimo l’interplay tra chitarra e sezione ritmica.
Il secondo bis è stato “Hath-Arob”, uno dei cavalli di battaglia di Electric Masada, nel quale Zorn ha imbracciato il sax e ha coordinato i turni di improvvisazione dei vari membri, formando dinamicamente dei sottogruppi che a comando sganciavano frasi musicali a velocità quasi impossibili.
Infine è stato il turno di “Karaim”, eseguita con tempo accelerato, aperta da un lungo solo di sax e seguita da molti interventi nei quali hanno guadagnato evidenza Ribot e Baron.
Una performance nel complesso molto soddisfacente che ha convinto e galvanizzato il pubblico.
Il prossimo appuntamento con John Zorn è a Milano: il 5 novembre avranno luogo le tre ore di concerto di Masada 2 - Marathon Concert, ovvero 12 band che avranno 15 minuti a testa per eseguire una porzione dell’immenso repertorio che costituisce il songbook Masada 2.