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6 giugno 2010

Joe Sacco “Io e il Rock”

Comma 22, 138 pagine. 19 euro

recensione di Maurizio Principato

“Mi chiamo Joe Sacco, sono un autore di fumetti e vivo negli Stati Uniti. Ho realizzato parecchi libri. Probabilmente il più conosciuto è ‘Palestina’. Ho fatto anche dei libri sulla Bosnia, tra cui ‘Safe Area Goradze’ e ho recentemente terminato un altro lavoro che si intitola ‘Footnotes in Gaza’. Credo che la mia occupazione principale sia fare del giornalismo a fumetti” dichiara Joe Sacco a Spooky e Alix del sito Bdtheque.com. Palestina, uscito originariamente nel 1996 e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2006, è un lavoro adulto e, per molti, toccante. Prima di arrivare a esso Sacco aveva dedicato anni a ricoprire l’oscuro ruolo di fumettista underground che, bilanciando (1) la passione per musica, (2) il desiderio di far parte – in qualsiasi modo - di un contesto vitale e sgarruppato quale quello del rock indie e (3) un malcelato narcisismo, prova a raccontare le cose ‘dal di dentro’.
Il volume Io e il rock documenta un passaggio importante nella carriera di un Sacco alle prese con il mestiere di ‘inviato speciale’ al seguito del gruppo The Miracle Workers. La band di Portland (Oregon) nacque nel 1982, durante il riflusso che portò molti giovani musicisti con competenze tecniche limitate o nulle a prendere le distanze dal punk degli anni Settanta e ad abbracciare la prima forma di proto-punk germogliata nella musica popolare del dopoguerra, ovvero il garage rock di gruppi come The Sonics, The Wailers (non quelli di Bob Marley), Stooges e MC5.
Nel 1988 Joe Sacco salta sul furgone del complessino sopra citato (la cosiddetta ‘cricca dei capelloni’) e li accompagna, tappa dopo tappa, durante uno sgangherato tour europeo, ritraendoli e/o traducendo in immagini e balloon la vita on the road. Avere un vignettista al seguito è un costo fisso e, per ricavare qualche soldo, gli viene affidato anche un incarico parallelo: vendere le magliette del gruppo ai concerti, un ruolo rispettabile che dall’inquieto Joe viene accettato con crescente riluttanza. Stare con le – diciamo così - rockstar e non essere una rockstar porta Sacco a una crisi di nervi, che culmina nel capitolo “Slow Death” (espressione gergale che fa riferimento all’AIDS), nel quale Sacco perde le staffe urlando frasi del tipo “Io non sto sul palco ad agitare il culo. Non faccio il figo vestito di pelle. Io vendo le vostre cazzo di magliette…difficile che le donne mi prendano per un uomo oggetto da non farsi scappare!!!”. Il punto è proprio questo: gettata la maschera del ‘comic journalist’, l’obiettivo principale di Sacco viene svelato. Egli non è lì per ragioni antropologiche o documentaristiche, quali il tradurre in fumetti un tour dei Miracle Workers. No, vuole farsi qualche sana e disinvolta scopata. Ma non gli riesce, dà i numeri e, madido di sudore con la bava alla bocca, confessa: “Va bene, va bene…Lo ammetto. Non sono un tombeur de femmes…All’inizio ho mantenuto la calma…Pensavo che sarebbe successo qualcosa…E che cacchio, è una tournée di rock’n’roll, gente…Era previsto un risvolto sessuale. Ma non c’era la fila per infilarsi nei miei pantaloni”. Quaranta pagine inutilmente caotiche piene zeppe di segni, disegni e parole per arrivare a questa conclusione filosoficamente irrisoria? Sì. Un’occasione sprecata, niente di più: tutti abbiamo bisogno/voglia di fare sesso (“Anche una o due volte all’anno!” come diceva ironicamente Andrea Pazienza in “Pertini”), che bella scoperta, ma il cosiddetto ‘giornalismo a fumetti’ dovrebbe essere ben altro. Sacco tenta disperatamente di levare di torno i protagonisti della storia (Gerry Mohr e gli altri Miracle Workers) per mettersi sotto il riflettore principale, con esiti patetici.
C’è un lato positivo nella questione: l’esperienza con i Miracle Workers, supportata da uno spiccato cinismo di fondo, portano Joe a guardare con lucidità mista a realismo il mondo del rock’n’roll music business. Questo processo di maturazione gli permette di realizzare delle gustosissime pagine per il magazine svizzero”Agenda” (presenti in questo libro nel capitolo “Lato B: Gli Anni della Svizzera”), nelle quali mette da parte frustrazioni personali o pulsioni solipsistiche e disseziona con crudele intelligenza l’universo indie rock anni Novanta. Nessuno viene risparmiato dal pennino a china dell’implacabile Joe: rockstar arroganti e presuntuose, fan privi di oggettività, attrezzisti animaleschi con il cuore candido, giornalisti bastardi e opportunisti, starlette senza storia e senza futuro, collezionisti di dischi obnubilati da sterili smanie collezioniste.
Un caleidoscopio di situazioni reali che fanno ridere di gusto e, allo stesso tempo, ritraggono con grottesca malinconia un pezzo di Storia dell’entertainment.
Diverse pagine de Io e il Rock sono poi dedicate alla miriade di graziosi manifesti (prevalentemente in formato A4) che il giovane Sacco realizzò per band più e meno note: Hugo Largo, Thin White Rope, Flaming Lips, Mudhoney, Yo La Tengo, Lemonheads, Soundgarden.
Il volume si chiude con pagine piuttosto interessanti, sempre dedicate alla musica e/o ai musicisti, realizzate in anni recenti e introdotte dalle parole dell’autore, che confessa: “Non sono più quello che andava in tournée con i Miracle Workers e disegnava manifesti a Berlino. Mi sono fatto strada studiando i conflitti in Bosnia, Medio Oriente e Caucaso. Siamo franchi: ho una reputazione da difendere, adesso. Non posso farmi vedere mentre mi dimeno nei locali rock o parlo con gente che ha i piercing al naso. Sono andato nelle università a parlare con gli studenti. Ricevo visite di troupe televisive. Ho un agente. Ho un commercialista. Ho una compagna, che ha un cane, santo cielo, di cui devo raccogliere la cacca. E trascorriamo molto tempo a parlare di mutui e delle nostre articolazioni al ginocchio. Sono una persona rispettabile, chiaro? Ascolto molto jazz adesso. Miles, Mingus, ecc. Esatto. E sorseggio il mio Pinot dell’Oregon e ascolto Miles Davis. Una bella rivoluzione, eh? Alla faccia della vita frenetica e del morire giovani. Diciamoci la verità, sono cresciuto. E ho paura di perdere tutto. Se capitasse, tornerei a combattere, potete scommetterci! È la natura umana! Sarei in prima fila per sfondare il cranio agli oppressori posto di non essere uno di loro!!”.

© 2010 Maurizio Principato - per gentile concessione dell'autore