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Stefano Marzorati 2010

 

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7 giugno 2010

• Banda Città di Montescaglioso, La musica rubata (Onyxjazzclub)
Questo CD dal vivo nasce da un intelligente progetto di cultura locale: unire una cosidetta banda di paese ad un gruppo jazz moderno per un repertorio sui generis. Nasce così l'incontro tra la corposa formazione diretta da Rocco Lacanfora e il Belcanto Group del batterista Ettore Fioravanti, che firma due brani e tutti gli arrangiamenti spesso basati su insolite cover: Vengo anch'io di Jannacci, Pinocchio di Carpi, Volare (e altre quattro) di Modugno, La gazza ladra di Rossini. E proprio su questi italian standard il risultato è a tratti strepitoso.

• Brian Barley Trio, 1970 (Just A Memory Records)
Morto a soli 28 anni un anno dopo questa registrazione, viene riportata alla luce la figura di un sassofonista (soprano e tenore) bianco canadese che in quest'unico documento sonoro a suo nome dimostrava già una notevole maturità espressiva, ponendosi al crocevia di svariate componenti della modernità jazzistica: egli amava chiamare la sua arte 'musica improvvisata', ma a distanza di più di trent'anni nei cinque lunghi brani del disco troviamo anche la ricerca sui limiti dell'hard bop e di certo jazz rock, grazie all'uso del basso elettrico accanto alla tradizionale batteria.

• Hamid Baroudi Sidi (Materiali Sonori)
Se leggiamo i nomi e soprattutto le nazionalità dei musicisti che hanno collaborato al disco di questo giovane cantautore algerino, ci rendiamo conto della globalizzazione in corso anche dal punto di vista musicale. Si tratta però in questo caso di un fenomeno positivo che sancisce l'unione di tutti i popoli, e non necessariamente la prevaricazione di uno su altri e nemmeno la prevalenza di un neocolonialismo culturale. Dunque Hamid Baroudi ha inciso in Germania con musicisti europei (soprattutto tedeschi), statunitensi, sudamericani, africani e maghrebini: tredici paesi per un 'Sidi' world music che di fatto tende molto verso il suono raï e il canto arabo, nonostante Baroudi si definisca un nomade in transumanza con radici musicali africane, andaluse e informatiche (in quest'ultimo caso l'uso abbondante di elettronica che però non stona a contatto con sonorità più antiche).

• JEFF BECK, Who Else! (Epic
)
I casi strani della storia del jazz e del rock: Jeff Beck non è diventato famoso come Jimi Hendrix o Pat Metheny e nemmeno come Eric Clapton o Bill Frisell, ma la sua importanza come chitarrista elettrico è senza dubbio pari o talvolta superiore a quella dei mostri sacri appena citati, almeno sul piano tecnico ed espressivo. La storia di questo cinquantenne di Londra affonda nelle radici del beat, come solista dei mitici Yardbirds (in sostituzione proprio di Clapton), per continuare alla testa di un suo trio, The Jeff Beck Group, che già alla fine dei Sixties anticipa le tendenze hard rock e heavy metal, per tornare quindi non solo alle radici blues, ma proporre addirittura, a metà degli anni Settanta, una svolta estrema verso una musica strumentale originalissima. In album come Truth, Blow by Blow, Wired, Beck non solo apre al jazz, ma crea una sua fusion irripetibile, che avrà tante ripercussioni, più o meno direttamente, sulle generazioni di strumentisti degli anni Ottanta, da Mike Stern a Hiram Bullock.
Travolto forse dalle mode effimere o dalle tecnologie invadenti, negli ultimi anni Beck aveva preferito legarsi a progetti revivalisti (come l'omaggio Gene Vincent, rocker della prima ora), mentre adesso torna con questo Who Else! alla grande musica che lo ha da sempre contraddistinto, giovandosi oltrettutto di un quartetto di ottimi accompagnatori: dei due tastieristi, uno, Jan Hammer, è da un ventennio uno specialista del jazz-rock, l'altro, Tony Hymas, una sicura partnership per lo stesso Beck; il secondo chitarrista, una donna, Jennifer Batter, ha lavorato a lungo con Michael Jackson, il bassista Randy Hope-Taylor era uno degli Incognito (fondamentale gruppo acid jazz) e il batterista Steve Alexander presente in due album dei Duran Duran.
Questa mescolanza di strumentisti provenienti da generi anche molto diversi potrebbe far pensare all'idea di un album commerciale o per giovanissimi: in realtà non ci sono nè intrugli nè pasticci; tutto fila liscio sul piano di una coerenza musicale, che fa dell'improvvisazione chitarristica il proprio cavallo di Troia, ma che non rinuncia alle influenze esterne, quando sono giustificate e intelligenti. In tal senso Beck ha ammesso di apprezzare ad esempio i Prodigy e di averne fatto tesoro per il suo album, cos“ come si è ispirato a certe melodie folkloriche del mondo arabo o di quello irlandese. Insomma un disco che, dal passato (blues) al futuro (techno), in undici nuovi brani entusiasmanti guarda soprattutto al presente: ancora una volta il jazz e il rock.

• RICCARDO BRAZZALE, Bukowski Blues (Azzurra Music)
Altro nuovo disco per il trombettista vercellese Alberto Mandarini; già la settimana scorsa era stato segnalato per l'album tedesco con l'Italian Instabile Orchestra; anche adesso lo ritroviamo in un'altra big band prestigiosa: si tratta del Lydian Workshop diretto da Riccardo Brazzale, un pianista e arrangiatore vicentino che si presenta ormai come il più raffinato musicista per grandi insiemi. Il nuovo cd edito da Azzurra Music per la collana Celestio Jazz s'intitola Bukowski Blues ed è ovviamente dedicato al celebre romanziere americano Charles Bukowski. Mandarini suona egregiamente sia la tromba sia il flicorno in tutti e tredici i brani del disco, spiccando per doti improvvisative e per capacità solistiche su ogni altro partner dell'intera compagine, che pur è rappresentata da valenti strumentisti (ad esempio Robert Binsolo al sax tenore e Rudi Migliardi al trombone). Sempre Mandarini è presente in quattro brani sui quattordici del Cd dimostrativo dal titolo The Brass and the Art of Arranging che lo stesso Brazzale ha prodotto per l'Istituto Musicale Città di Thiene; nel pezzo Rag & Blues Mandarini addirittura si confronta col New Quartet del grande pianista Franco D'Andrea. Insomma un ulteriore riconoscimento e un'ennesima conferma per il valido musicista vercellese che ha ormai una carriera artistica lanciata sugli alti cieli del jazz internazionale.

• STEFANO BATTAGLIA, Rito stagionalE (Splasc(h))
L'album completa il trittico Gesti e Multi(e)azioni sempre col pianista e il gruppo Theatrum formato dai suoi allievi dei corsi di Siena Jazz. Un progetto, in cui l'autore sottolinea la funzione simbolica e rituale della musica, quasi una sorta di filosofia del suono, in contrasto con l'uso spettacolarizzante dei nostri giorni.

• STEFANO BATTAGLIA e PIERRE FAVRE, Omen (Splasc(h))
Il valoroso pianista italiano e il rinomato percussionista svizzero in duo inedito, anche se per Battaglia c'era già stato il precedente con Tony Oxley. Una musica complessa, dove vengono recuperate le caratteristiche percussive del pianoforte medesimo, all'insegna di un jazz pittoricamente astratto.

• TIM BERNE, Saturation point (Screwgun)
Dopo un periodo di stasi creativa torna il plurisassofonista bianco americano con una propria etichetta, attraverso la quale reitera in maniera forse più comunicativa il suo discorso di jazz postmoderno, dove nella formula di un quartetto (ance più ritmica) convivono svariate tipologie sperimentali.

• TIM BERNE ed ENTER ALLEN, Melquiades (Splasc(h))
Il quartetto sperimentale piemontese (Mandarini, Brunod, Maier, Barbero) incontra l'altista statunitense per una sorta di jam session all'insegna della trasgressione dal postfree al rock avanguardista, con autentico di forte musicalità.

GEORGE BENSON, Absolute Benson (Grp Verve)
Un ritorno al jazz, dopo un quarto di secolo dedicato alla fusion (e al canto funk). Il chitarrista torna a esibirsi nel solco della grande tradizione (Charlie Christian e Wes Montgomery) con risultati di grande pulizia formale.

• TERENCE BLANCHARD, Jazz in film (Sony Classical)
Il trombettista rilegge in ottica afroamericana diverse colonne sonore dall'originario stile hollywoodiano, giovandosi di un'orchestra sinfonica e di un gruppo jazz, dove spiccano gli assoli di Donald Harrison, Steve Turre, Joe Henderson, oltre naturalmente quelli efficacissimi del leader medesimo.

• PAUL BLEY, Not two, not one (ECM)
Il disco del pianista canadese, accreditato pure a Gary Peacock (contrabbasso) e Paul Motian (batteria) si muove nel rispetto della moderna tradizione del piano jazz trio e al contempo lungo i binari di una sperimentazione algida quasi intimista, in linea con l'estetica della celebre label bavarese.

• STEFANO BOLLANI, L'orchestra del Titanic (Splasc(h))
Meglio conosciuto come pianista, in questo disco Bollani con un quintetto acustico si cimenta nell'evocare non tanto i salonisti del celebre transatlantico, quanto le atmosfere polari e colte della musica primonovecentesca alla luce della collaudatissima esperienza col jazz di oggi.

• Stefano Bollani, Les fleurs bleues (Label Bleu)
Stefano Bollani si è guadagnato in breve tempo una meritata fama internazionale, che gli consente ora di incidere un album a suo nome (dopo quelli assieme al gruppo di Enrico Rava) per la prestigiosa francese Label Bleu, che incoraggia soprattutto gli esperimenti molto originali. Ed in effetti in questo caso Bollani si è ispirato niente meno che a I fiori blu (1965) di Raymond Queneau, un capolavoro della letteratura surrealista In effetti in questi dodici brani ed in generale nella figura e nel pianismo di Bollani (qui assieme a Coley e Penn, rispettivamente contrabbasso e batteria) c'è una vena surreale che valorizza ulteriormente il discorso culturale.

• LESTER BOWIE, The odissey of funk & popular music, (Birdology-Atlantic)
Il trombettista dell'Art Ensemble of Chicago nell'ultimo album poco prima che morisse ancora in piena fase inventiva: una dimostrazione evidente di grande arte nera sia dal gruppo accompagnatore (la Brass Fantasy) sia nel repertorio gioioso eterogeneo quando specialmente Bowie rilegge in chiave jazzistica rap, blues, ballate, melodrammi.

• JOANNE BRACKEEN, Pink Elephant Magic (Arkadia Jazz)
La sessantunenne pianista californiana torna, dopo un periodo di assenza dalle scene, a incidere un disco (il ventiduesimo a suo nome) con un trio di base (Patitucci e Hernandez) attorno al quale ruotano svariati ospiti (Payton, Liebman, Potter, Elling), con l'esito di un hard bop molto personalizzato.

• Autori Vari, Brazilified Quango (Nun Records)
Concepita e curata da Bruno Guez, questa antologia ci presenta undici brani, incisi tra il 1997 e il 2001, che rappresentano le nuove frontiere della musica carioca, o meglio quanto è possibile realizzare, in campo elettronico, mescolando il sound brasiliano con le ultime ondate techno. Gli artisti coinvolti sono in ordine Butti49, Soul Quality Quartet, Friends From Rio, Jazzanova, Mr.Gone, Da Lata, Truby Trio, Arsenal, Swell Session, Easydelics, Nova Fronteira. Ritmi sudamericani e atmosfere ultramoderne convivono tranquillamente con risultati talvolta sorprendenti.

• RICCARDO BRAZZALE, The Brass and the Art of Arranging (Agorˆ)
Il pianista vicentino, famoso anche per le sue attività organizzative e letterarie produce un album didattico, che raccoglie sue recenti esperienze con l'orchestra e i piccoli gruppi, in cui ha modo di esternare brillantemente il suo stile 'lidio' nella direzione e nell'arrangiamento. Tra gli ospiti Rava, D'Andrea, Fasoli, Towner.

• Buenos Tangos, La balera. Nuovas Aires (Halidon)
Ci avevano pensato due album, negli anni Settanta, ad unire tango e jazz per la prima volta nelle loro storie parallele: da un lato la colonna sonora di Gato Barberi per "Ultimo tango a Parigi", dall'altro l'incontro in Italia a fra Gerry Mulligan ed Astor Piazzolla.
Allora si trattò di eventi sporadici che maturarono solo più tardi, dopo quasi un ventennio, anche per via di diverse circostanze extramusicali: la situazione politica argentina con molti artisti esuli, la riscoperta in Europa del tango non più come musica da balera, bensì quale fenomeno culturale di prim'ordine, oltretutto collegabile al problema della diaspora sulle musiche neroamericane.
Oggi invece un nuovo gruppo italiano ci propone un azzeccato connubio non solo tra jazz e tango, ma anche tra l'antica ballabilità di quest'ultima e la sua più recente intellettualizzazione verso un ascolto scevro dal movimento corporeo. ma il tango resta comunque una danza e i sei giovani Buenos Tangos fanno di tutto per ricordarcelo al meglio, con un risultato più che soddisfacente in termini di qualità artistica.  

CHARLIE BYRD, Plays Jobim (Concord)
Quest'album del chitarrista settantenne è una raccolta delle esperienze maturate negli ultimi vent'anni in contesti diversi lungo cinque percorsi discografici (tutti ovviamente su etichetta Concord): Brazilville (1981), The Bossa Nova Years (1991), Au Courant (1995), My Ispiration: Music From Brazil (1998), Fujitsu - Concord 26th Jazz Festival - A Tribute To Antonio Carlos Jobim (1999). Il disco è disomogeneo, proprio a causa delle divergenze qualitative fra i cinque album: i brani dall'ultimo CD in ordine cronologico (Favela, Desafinado, Once I Loved) sono decisamente kitsch, perché la preponderanza dell'armonicista Hendrick Meurkens (con uno strumento che in genere mal s'addice sia al jazz sia al Brasile) toglie ogni fascino alla poetica jobiniana, facendola passare per una musicaccia da pianobar. Al contrario i brani con piccole formazioni quasi cameristiche (Corcovado, Insensatez, Meditation, Zingaro, Garota de Ipanema) sono molto belli e molto vicini allo spirito originario e mettono in rilievo solisti decisamente ispirati dal neoswinger Ken Peplowski al sax tenore alla vecchia gloria Bud Shank al sax alto. Ma anche brani con formazioni più allargate (Someone To Light Up My Life) riescono a trasmetterci la giusta saudade carioca senza dimenticare il gergo afroamericano, rilevando altresì interessanti solisti come Chuck Redd al vibrafono, Romero Lubambo alla seconda chitarra e nella big band di So Dancao Samba il raffinato tenore di Scott Hamilton, ormai un pilastro dello swing revival.

• DON BYRON, Romance with the Unseen (Blue Note)
Il più acclamato jazzista della fine anni Novanta, si presenta con un album in quartetto (Bill Frisell alla chitarra, Drew Grass al basso, Jack DeJohnette alla batteria e il leader al clarinetto), per una grande musica di proposito diseguale, tra presente e futuro, improvvisazioni assolute e recuperi di standard.


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