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Stefano Marzorati 2010

 

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7 giugno 2010

• URI CAINE, The Goldberg variations (Winter & Winter)
Uno dei maggiori artisti degli ultimissimi anni (non a caso miglior nuovo talento 1999 per il referendum di "Musica Jazz") si cimenta con le trascrizioni della musica bachiana rese celebri dal pianoforte iperclassico di Glenn Gould. Alla guida di ben venti musicisti suddivisi in varie formazioni, Caine rivisita Bach alla sua paradossale e genialoide maniera.

• URI CAINE, Mahler in Toblach, (Winter & Winter)

Un doppio CD dal concerto di Dobbiaco per il festival dedicato a Gustav Mahler, dove il pianista di Philadelphia con il suo ottetto dissacra o stravolge alcune pagine sinfoniche del compositore mitteleuropeo a suon di klezner, marcette, improvvisazioni free.

François Carrier Trio + 1, Compassion (Naxos Jazz)
E' forse il più valido jazzista del Quebec, ed infatti ormai la sua fama ha raggiunto un livello internazionale: il sassofonista contralto assieme al pianista Steve Amirault e al bassista Pierre Coté (più il batterista Michel Lambert in tre degli otto brani presenti) hanno vita ad una performance di intelligente jazz sperimentale, talvolta con qualche reminiscenza free, ma sempre all'altezza di un virtuosismo e di una comunicabilità che si fanno apprezzare persino dia più riottosi, a dimostrazione di come sia possibile (e piacevole) un'avanguardia colta e popolare.

• CELEA LIEBMAN REISINGER, Missing a page ( Label Bleu)

Secondo album di un trio originalissimo composto dal francese Jean-Paul Celea (contrabbasso), dal tedesco Wolfang Reisinger (batteria elettrificata) e dall'americano David Liebman (qui al soprano, al tenore, al flauto e la pianoforte). Un'avanguardia senza confini, con tratti giustamente europeizzanti.

Chamber Music Society, Lower Basin Street (Nostalgia Arts)
Sotto queste magniloquenti denominazioni si celano in realtà due programmi jazz (che ironizzavano sin dal titolo su uno di musica classica) che andarono in onda sulla NBC dal Rockefeller Center di New York il 5 maggio e il 16 giugno del 1940 e che ora forcutamente una preziosa etichetta danese riporta in vita in dodici pezzi, dove le voci degli speaker si intercalano ai suoni di due band Dr. Henry Hot Lips Levine and his Dixieland Octet e Paul Lavalle's Double Woodwind Quintet, formazioni di studio oggi ignorate, ma che hanno come ospiti (anche su questo CD) jazzisti illutsri come Benny Carter, W.C. Handy e Dinah Shore. Il tutto all'insegna dei classici hot, allora (in epoca swing) già revival da Star dust a Basin street blues, da Honeysuckle

Chicago Underground Duo, Axis and alignment (Thrill Jokey)
Il duo è composto da Chad Taylor (percussioni, vibrafono, chitarra) e Rob Mazurek (cornetta, pianoforte, effetti elettronici): insieme danno vita ad due lunghe performances (suddivise rispettivamente in sei e cinque parti) dove l'insegnamento del jazz moderno (in particolare avanguardistico) si fonde con una vena più strettamente elettroacustica. Siamo insomma di fronte ad un happening

Cimarosa Collective, Cimarosa Collective (Halidon)
Diciamo subito che si tratta di una sorprendete realizzazione di nu jazz italiano: dietro la sigla un po' classica un po' moderna agiscono infatti Stefano Raffaelli (tastiere) e Marcello de Angelis (elettronica) più altri nove ospiti, dal quartetto d'archi agli strumenti esotici o acustici. Il risultato, davvero stupendo, è un trip-hop tiratissimo, su cui s'innestano assolo completi di effettivo virtuosismo dai richiami di volta in volta orientali e boppistici. Un gruppo che merita senza dubbio una profonda attenzione nel panorama musicale italiano (non solo jazzistico).

Autori Vari, Jazz in the movies. Cinecittà (CAM)
Una bella antologia per intendere come il jazz italiano si sia espresso soprattutto nelle colonne sonore dei film del boom (grosso modo tra il 1957 e il 1968, pellicole perlopiù commerciali), servendosi di firme già note in campo teatrale o leggero (Luttazzi, Fusco, Trovaioli, Piccioni, Ferrio, Rustichelli, Umiliani, Fineschi, Ghiglia, Alessandroni); è insomma lo swing cinematografico che in Germania è stato già rivalutato da tempo nel filone lounge. Completano il disco tre brani recenti ad opera di Rava, Ortolani, Towner, quasi a dimostrare che il jazz su celluloide sia ormai rarissimo, almeno a Cinecittà.

Clobeda's, Clobeda's (Artesuono)
Clobeda's è un trio d'archi femminile (il nome deriva dalle suoe componenti: Clonfero Lucia, Bertoni Martina, D'Agostini Elisa) rinforzato dal percussionista Ivan Ordiner, che propone musica cameristica non classica, ma di svariate tradizioni popolari, adattando per violino (talvolta voce), viola, violoncello e tamburo musiche del folklore angloceltico, ungherese, iberico, ecc. L'esito ricorda quello di gruppi simili (come il notissimo Kronos Quartet americano), con l'aggiunta di un accento etnico struggente

• STEVE COLEMAN, The sonic language of myth ( BMG)

Per molti il disco rappresenta il vertice e della carriera solistica e autoriale del sassofonista afroamericano: una musica esoterica e al contempo razionale dall'organico variabile (archi e fiati, dal trio al nonetto) che sembra aver trovato parecchi elementi comuni tra arcane sonorità mondiali.

Steve Coleman, Resistance Is Futile (Label Bleu)
Un doppio CD registrato dal vivo al JAM di Montpellier (Francia) a conclusione di un lungo seminario dove il celebre altossassofonista afroamericano ha insegnato e suonato il suo jazz di Brooklyn, del cosiddetto M-Base Collective. Anche il disco conferma una carriera quasi ventennale all'insegna del black culture e di una rilettura dell'intera modernità jazz neroamericana, non esclusi i rimandi a certa etnicità sempre di pelle scura. A coadiuvare Coleman i suoi 'classici' Five Elements sia pur in una formazione nuova, ma che non si discosta poeticamente dai precedenti lavori, per un risultato complessivamente riuscito sotto ogni punto di vista.

• Perry Como, Some Enchanted Evening (Naxos Nostalgia)
Nella collana 'Nostalgia' della popolare etichetta discografica a prezzi stracciati, vengono riportati alla ribalta i divi pop degli anni Trenta e Quaranta, poco (o molto) prima l'avvento del rock and roll che spazzo via di colpo (o quasi) un modo di cantare melodico, impostato, languido, insomma il crooner alla Bing Crosby e alla Frank Sinatra. Tra loro c'era anche questo giovanotto di origini italiani che prima di diventare famoso, anche in Italia, con Magic Moments, s'impone quale interprete confidenziale dei cosiddetti standard con arrangiamenti stucchevoli e una voce quasi tenorile: un tuffo nel passato, con diciassette canzoni (molte anche jazzate), per capire come e quanto siamo cambiati, musicalmente.

I Compani, Aida Giuseppe verdi (Bvhaast)
I Compani è un ottetto jazz olandese (qui rinforzato da tre ospiti) attivo dal 1985 e diretto dal sax tenore Bo Van De Graaf, con un altro precedente illustre nel rielaborare musiche di un autore italiano: I Compani Plays Rota (1995), un disco con le colonne sonore di Nino Rota per i film di Federico Fellini. Oggi l'impresa sembrerebbe assai più difficile visto che Verdi, a differenza di Rota, per epoca e per gusto, non aveva la benché minima parentele con le musiche afroamericane. Tuttavia il livello di dissacrazione dei Compani nei confronti dell'originale è così eteroclita che il risultato non solo è centrato ma è anche piacevole dal punto di vista dell'ascolto, grazie ad una perfetta miscela di funk, blues, tango, circo, swing, cabaret, orientalisti sulle arie e sulle danze del celebre melodramma.

• HARRY CONNICK Jr., Come By Me (Columbia)

La critica musicale soprattutto italiana ≤ sempre stata divisa su questo cantante e pianista bianco di New Orleans, fin da quando appena ventenne debuttò con un album, Twenty (il titolo faceva riferimento alla sua tenera età), che sollevò un polverone nel mondo del jazz e in genere della musica leggera: in piena epoca rock un giovane esordiva con un disco che, fra standards e origanals, rendeva espressamente omaggio alla musica dei padri o addirittura dei nonni, recuperando il sound alla Frank Sinatra che nessuno, al di sotto dei cinquant'anni, aveva più osato riproporre. Che il ritorno al canto jazz tradizionale fosse nell'aria si avvertiva già da circa un decennio, con una serie di artisti più o meno noti: basti pensare al quartetto vocalese dei Manhattan Transfer o, in anni più recenti, a talentuosi bebop singers come Kevin Mohagany o Kurt Elling. Ma che qualcuno osasse persino rifare lo stile e le atmosfere di The Voice, questo pareva ad alcuni un affronto insostenibile: e così molta critica incomincia a storcere il naso di fronte al gusto decisamente rètro e old fashion di Harry Connick Jr., il quale a sua volta incominciava ad ottenere consensi di pubblico e a sfornare album a velocità impressionante, cimentandosi di volta in volto coi piccoli gruppi, le big band o nelle vesti di solo tastierista.
Tutto ciò per dire che qualche merito il nostro Connick pure ce l'ha, nel senso che è stato forse il primo ad indicare una strada che molti poi hanno intrapreso, talvolta anche meglio di lui sul piano precipuamente stilistico. Ma il ragazzo, ormai trentenne, ha senza dubbio un altro ulteriore vantaggio, quello della coerenza: ha proseguito imperterrito nella vocazione di crooner, ossia di tipico interprete confidenziale, nel ricordo degli anni Quaranta e Cinquanta, della grande tradizione statunitense prima del rock e al di fuori della matrice popolare bianca (country) o nera (blues). Il suo è insomma un canto jazz che guarda al melodismo classico e alla pulizia formale, anche se proprio in questo CD non mancano impennate coraggiose, come su tutti il pezzo che da il titolo all'album: Come By Me è quasi una sorta di boogie che inizia in sordina per terminare con i riff da grande orchestra. Lezione di ritmo canto a tenerezze da night club: ecco la ricetta vincente di un disco piacevolissimo (tredici pezzi tutti orecchiabilissimi), se gustato col senso del revival e di un tempo passato, che non potrà più tornare.

Coro Vivavoce, Smada (Splasc(h) Records)
E' proprio un coro quello del disco, cinque voci maschili e cinque femminili diretta da Stefania Scarinzi, in un progetto abbastanza insolito nel panorama italiano degli ultimi anni: si tratta infatti di un vocal group jazzistico che ripercorre i fasti del primo vocalese (soprattutto i Double Six), non senza qualche richiamo alle armonie di Ray Conniff. L'approccio comunque è più boppistico che leggero, anche per la scelta del repertorio che spazia da Junior Mance ad Horace Silver, da Charlie Parker a Oliver Nelson; e ci sono pure i classici, da Ellington a Gershwin, e le curisoità dalla jazzpoetry di Jack Kerouac ad un irriverente estratto bachiano.

• Gianni Coscia, L'Archiliuto (Egea)
E' anzitutto un omaggio a Gorni Kramer questo nuovo disco del fisarmonicista alessandrino che, smessi i panni dell'avvocato, e facendo il jazzista a tempo pieno, ormai settantenne, continua a stupirci per l'originalità delle sue idee musicali. Non sono solo cover dei brani del grande compositore mantovano: al contrario i pezzi scritti in origine per il teatro leggero diventano grandiose partiture (grazie al direttore Carlo Boccadoro) per un'orchestra ritmosinfonica che annovera anche grandi solisti jazz come Trovesi, Piana, Dulbecco. Dopo la suite in sette tempi Krameriana, il divertente epilogo con la Celebre mazurca alterata (ossia il ballo di Migliavacca rivisto e corretto).

Autori Vari, Cosmic Funk Quango (Nun Records)
Un'altra etichetta, cosmic funk, per delineare una nuova tendenza specifica all'interno del gran calderone dell'attuale musica elettronica: si tratta infatti di un settore della techno che più apertamente si rifà ai ritmi e alle tematiche del funky 'storico' quello insomma nero degli anni Settanta, imparentato sia con il jazz sia con il r'n'b. Gli otto lunghi brani (1999-2000) di Migs & Jelly, Neon Phusion, Sk Radicals, New Sector Movements, East Village Headz e due di Funky Lowlines, rappresentano dunque un valido esempio di soul di oggi e di domani.

Costita (Hector Bisignani), Estão todos aì (Red Records)
La gloriosa etichetta milanese di Sergio Veschi, al giro di boa del quarto di secolo di costante attività (e tra le poche in Italia ad aver ottenuto riconoscimenti internazionali), ha da sempre una doppia anima: da un lato l'hard bop aggiornatissimo, dall'altro un latin jazz veramente originale. Prendiamo il caso di quest'ultimo album di Costita, dopo l'eccellente 'A noite è minha'. Il plurisassofonista argentino, accompagnato da una ritmica classica irrobustita da uno o due percussionisti, offre un sofisticato jazz moderno ovviamente con profondi echi sudamericani, da Buenos Aires a Rio de Janeiro, senza mai scadere nelle ormai fruste banalità di certa bossa nova, ma tenendo ben alto il vessillo della creatività afroamericana a tutto tondo.

• Guido Crepax, My Funny Valentina (Nun Records)
Guido Crepax, autore di fumetti, non è autore del disco, semmai il curatore della colona sonora che accompagnava la mostra di sue bellissime tavole in bianco e nero ispirate al jazz (il in particolare L'uomo di Harlem, riprodotto in parte anche nella pochette del CD). I 17 brani selezionati sono pietre miliari della storia del jazz dalle origini al free (escluso) e non hanno bisogno di presentazioni, perché ci sono proprio tutti ( o quasi): Potato head blues di Armstrong, Salt peanuts di Parker e Gillespie, Round midnight di Davis e naturalmente una struggente versione di My Funny Valentine (gioco di parole sulla ragazza disegnata da oltre trent'anni) ad opera di Chet Baker.

© All That Jazz Copyright 1999-2004 Guido Michelone