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Hammond Express, Rendez-vous (Scenario Music)
Dietro la sigla che esalta il ruolo dell'organo elettrico più famoso di tuta la storia della musica pop, c'è il solito infaticabile Francesco Gazzara, che può a giusto titolo definirsi il Jimmy Smith italiano, per la freschezza e la duttilità, con cui usa appunto le tastiere hammond. Certo, Smith e Gazzara non sono la stessa cosa: Rendez-vous è in fondo un disco di musica leggera strumentale come grosso modo si faceva negli anni Sessanta: non a caso nel retro copertina, come soundstyle viene definita jazzy o modern lounge. Tuttavia è un commerciale piacevole, anche grazie ad un vero sestetto soul ben affiatato.

Tom Harrell, Time's Mirror (BMG)
Il trombettista bianco mette qui a frutto la preziosa esperienza maturata in seno alle big band di Kenton, Herman, Lewis, Haden, con un disco che si rifà esplicitamente al mainstream orchestrale, quasi una lezione sull'arrangiamento jazzistico alle soglie del Duemila.

Stefon Harris, Black Action Figure (Blue Note)
E' il disco col quale il giovane vibrafonista ha probabilmente meritato la vittoria di 'miglior nuovo talento' dell'anno 2000 nel referendum di "Musica Jazz": dell'ottimo hard bop, soprattutto nei brani in cui il leader duetta col pianista Jason Moran, mentre l'innesto dei fiati (Osby, Thomas, Turre) dà vita al tipico Blue Note Style.

Corey Harris, Greens from the Garden (Alligator)
Terzo album per questo bluesman sui generis, provienente da Detroit, laureato in antropologia nel Maine, e fautore di un blues arcaico che però fonde e abbraccia ritmi, atmosfere, umori di altre tradzioni dal reggae al cajun, dal rap al folk, distinguendosi per genuina originalità.

The Roy Haynes Trio, Featuring Danilo Perez & John Patitucci (Verve)
Il leader, storico batterista bebop, si circonda di due interessanti strumentisti (rispettivamente pianista e contrabbassista) per dar vita ad un classico trio in cui la tastiera interagisce con la ritmica, nel solco di una tradizione consolidatesi soprattutto in tempi recenti.

Mark Helias, Fictionary (GM)
Il musicologo Gunther Schuller recupera due inedite esibizioni live olandesi del quartetto del contrabbassista con Ellery Eskelin (sax tenore) e Mark Feldman (violino) quali voci soliste in un progetto coerente dal forte sperimentalismo.

The Herbie Nichols Project, Dr. Cyclops' Dream (Soul Note)
Un sestetto (Horton, Nash, Blake, Kimbrough, Allison, Horner) che già col nome identifica il proprio scopo: omaggiare il grande pianista hard bop Herbie Nichols (1919-1963), con un sound per nulla filologico, semmai proteso verso una musicalità rilucente e strutturata.

Dave Holland, Prime Directive (ECM)
Il suo quintetto è stato votato 'formazione dell'anno 2000' dai critici del referendum del mensile "Musica Jazz" e questo disco ne è in fondo un'anticipazione e una conferma, con il leader (compositore e contrabbassista) in una posizione alla Mingus, per un sound carico di atmosfere funk, afrolatine, bebop.

FREDDIE HUBBARD, Open Sesame (Blue Note)
Freddie Hubbard, un grande trombettista nella storia del jazz moderno, forse il migliore dopo i 'giganti' Dizzy Gillespie e Miles Davis. Pur non essendo un innovatore assoluto, Hubbard manifesta dai Sixties in poi un'attività costante all'interno delle principali correnti della nuova musica afroamericana: lo ascoltiamo, fra i Sessanta e i Settanta, a fianco degli avanguardisti come Ornette Coleman, Eric Dolphy, John Coltrane e contemporaneamente nei gruppi dei più genuini hardboppers come Art Blakey, Jackie McLean, Sonny Rollins, Dexter Gordon, senza dimenticare l'interesse verso il jazz rock e persino la sperimentazione elettronica.
Frequenti sono i suoi passaggi dall'una all'altra etichetta discografica, dalla Blue Note all'Atlantic, dalla CTI alla CBS, che segnano altrettante tappe di metamorfosi stilistica: per i jazz-puristi il periodo migliore resta senza dubbio quello delle note blu, che riguarda anche il suo esordio da leader, a soli 22 anni, alla testa di gruppi efficaci per comunicativa ed impatto sonoro, da dove sono talvolta emersi giovani interessanti talenti. Nel caso di Open Sesame (1960) che precede di due anni il capolavoro Hub-tone si può notare la presenza del pianista McCoy Tyner che poi farà faville nel quartetto di John Coltrane. Ma non è il solo: un merito indiscusso al buon esito del disco spetta al sax tenore Tina Brooks (1932-1974) che ha composto due dei sei brani incisi e che negli episodi solistici fa la parte del leone. Si inizia dunque con la title track dal tipico "blue note style", mentre Gypsy Blue l'altro pezzo di Brooks, come avverte il titolo, offre un seducente tema zigano; l'unica canzone a firma Hubbard, ossia Hub's Nub, si presenta nel collaudato linguaggio hard bop, Interessanti ovviamente anche gli altri brani, tutti standards: One Mint Julep era un successo del gruppo r&b the Clovers e risente perciò di un'impronta soul-bluesy, But Beautiful una ballad deliziosa suonata un po' da tutti, come pure la più grintosa All Or Nothing At All, che mostra il talento stilistico dei due fiati, senza nulla togliere a Tyner, a Sam Jones (basso) e Clifford Jarvis (batteria); Brooks è un incrocio fra Young, Gordon e Parker, Hubbard continua brillantemente la lezione di Clifford Brown e Kenny Dorham oltre i Davis e i Gillepsie sopracitati.


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