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2 giugno 2010

Agli incroci: Robert Johnson e la "musica del diavolo"

"I blues cadono come grandine, i blues cadono come grandine, e il giorno continua a ricordarmi che c'é un demonio che mi segue, un demonio che mi segue" (Hellhound on My Trail, Robert Johnson)

"Ho il diavolo nell'armadio e il lupo é alla mia porta" (Devil in My Closet, Robert Johnson)


Robert Johnson rappresenta a tutt'oggi uno dei più significativi musicisti sia del blues che del rock'n'roll. Ma la sua misteriosa storia e la fama raggiunta sollevano una domanda cruciale: come successe? Johnson suonava country blues su una chitarra acustica, registrò poche dozzine di canzoni tra il 1936 e il 1937, non fece mai concerti al di fuori del Sud degli Stati Uniti e morì nel 1938, quando aveva solo ventisette anni. Nonostante questa breve carriera a lui va il merito di avere tracciato la rotta che il blues avrebbe preso negli anni a venire, compreso ogni segmento di questo genere che andò a confluire nel rock'n'roll. Johnson visse in un tempo che rappresentò il brutale passaggio per i neri dalle sofferenze della vita rurale agli orrori della sopravvivenza urbana. Il suo stile chitarristico semplice ed evocativo fornì il perfetto complemento alla sua voce, un piagnucolante strumento che instillava angoscia nell'ascoltatore e alle sue canzoni, esercizi di spacconeria che diventarono, quasi tutti, degli standard di blues: I Believe I'll Dust My Broom, Sweet Home Chicago, Love in Vain, Crossroad Blues, Stones in My Passway, Terraplane Blues, Hellhound on My Trail, me and the devil Blues e altre, riprese nel corso degli anni da personaggi come Elmore James, i Rolling Stones e Captain Beefheart, per citarne alcuni. I dettagli della vita di Robert Johnson rimangono ancora oggi approssimativi e confusi, come forse é giusto visto che si sussura che la fonte del suo enorme successo fossero state le arti nere. Molti, infatti, sostengono che Johnson si rivolse alle pratiche voodoo per ottenere ciò che voleva. Grazie, quindi, agli abbondanti margini di speculazione permessi dall'oscurità che ha avvolto e avvolge la sua vita, e al soprannaturale potere della sua musica, molti si sono chiesti se Robert Johnson non avesse davvero stretto un patto con il diavolo. In effetti ci fu sempre qualcosa di insidiosamente potente e misterioso al lavoro nei fatti della sua vita. Persino le sue origini sono avvolte da un velo confuso. Johnson era nato nel 1911, frutto di una breve storia sentimentale che la madre ebbe dopo che il marito, Charles Dodds, l'aveva lasciata per andare a vivere con la sua amante a Memphis (in realtà Dodds stava sfuggendo anche a una vendetta personale). Madre e figlio si riunirono a Dodds per qualche tempo ma, prima la madre, e poi lo stesso Robert, quando aveva sette anni, lo lasciarono per stabilirsi a Robinsonville, nel Mississippi. Qui Johnson cominciò a suonare, apprendendo i primi rudimenti da due bluesmen locali, Charlie Patton e Willie Brown. Si sposò all'età di diciassette anni, ma la moglie morì di parto l'anno successivo. Dopo questo evento tragico Johnson si immerse sempre più nella musica, prendendo lezioni da un musicista arrivato a Robinsonville, Son House. Johnson non era affatto un prodigio, anzi sembra che non avesse alcuna particolare dote musicale. In seguito smise il suo lavoro di contadino e prese a girovagare. Finì a Hazelhurst, Mississippi, la sua città natale, alla ricerca del vero padre, Noah Webster. Non riuscì a rintracciarlo ma trovò, invece, il suo vero mentore, uno sconosciuto bluesman di nome Ike Zinneman. Zinneman amava raccontare che aveva imparato a suonare la chitarra di notte, al cimitero, tra le tombe, tanto che alcuni lo credevano Satana. Chiunque fosse, Zinneman fu un ottimo maestro per Johnson. Dopo un anno Robert ritornò a Robinsonville dove Son House e gli altri musicisti rimasero molto stupiti del suo grande miglioramento. Da quel momento in poi Johnson suonò continuamente per il resto della sua vita, viaggiando per il Sud e costruendosi rapidamente una solida reputazione di musicista, gran bevitore e donnaiolo. Quando iniziò a registrare, nel 1936, il suo nome era già piuttosto conosciuto nel Sud , ma solo Terraplane Blues riuscì a guadagnargli qualche attenzione al di fuori della regione mentre era ancora in vita. In qualche modo, comunque, il suo lavoro catturò l'attenzione di John Hammond che decise di contattarlo per ingaggiarlo per il suo spettacolo Spirituals to Swing Concert alla Carnegie Hall di New York. Era però troppo tardi: Robert Johnson era deceduto il 16 agosto del 1938. Le prove più attendibili indicano che la sua morte fu dovuta ad avvelenamento da parte di un marito geloso, quando Johnson bevve da un bicchiere che aveva lasciato incustodito. ma altre versioni affermano che il musicista venne accoltellato a opera dello stesso marito o della stessa amante. Fino a qualcheanno fa Johnny Shines, suo protetto e partner, si rifiutava di credere che fosse realmente morto. "In ogni posto dove andavo", dice Shines, "mi aspettavo di alzare lo sguardo e di vedere Robert". Aleck "Rice" Miller, che prese il nome d'arte di Sonny Boy Williamson, gli disse che Johnson era morto tra le sue braccia. Ma, continua Shines, "Williamson era un tale bugiardo...Non ho mai creduto a nulla di quelo che diceva". David "Honeyboy" Edwards, che aveva suonato con Johnson e Miller nella zona di Greenwood, Mississippi, raccontò a Shines di quel sabato notte nel 1938, quando al juke joint di Three Forks un innamorato geloso passò a Johnson una bottiglia di whisky avvelenato. Robert ne bevve un gran sorso, restò in coma per due giorni e poi morì, nella stessa data di Elvis, il 16 agosto, e alla stessa età di Jimi Hendrix, ventisette anni. Qualunque sia la verità sulla sua morte, il dado sembrava ormai tratto. Grazie a Robert Johnson, Satana in persona sembrava essersi perfidamente e profondamente insinuato nel cuore della musica che sarebbe poi diventata il rock'n'roll e aveva già iniziato a pretendere il rispetto delle scellerate clausole dei suoi "contratti". E tutti quelli che seguirono Johnson negli anni successivi, come suoi discepoli, si ritrovarono a pagare per causa sua, da Elmore James a Brian Jones ed Eric Clapton. Nel corso degli anni Johnson, o forse solo la sua ombra, é stato deificato e dissezionato da critici come Bob Groom, Julio Finn, Greil Marcus, Robert Palmer, Stephen Calt e Gayle Dean Wardlow (che ritrovò il suo certificato di morte nel 1969). Recentemente l'editor della rivista Living Blues, Peter Lee, visitò un'anziana coppia del Mississippi. La donna, che sosteneva di essere stata una delle amanti di Johnson, disse che il bluesman era stato accoltellato, non avvelenato, e che un suo parente spostò i lcadavere dal presunto luogo di sepoltura alla vicina Morgan City. Quando Lee ritornò due settimane più tardi a trovare la coppia, trovò accanto allo stesso uomo una donna diversa. E il marito disse a Lee che non si ricordava della loro prima conversazione. Allora: chi ha ucciso Robert Johnson?