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2 giugno 2010

La morte e il poeta: Lou Reed

"Ho preso una grossa decisione, cercherò di annullare la mia vita..."
(Heroin, Lou Reed)

"Ora Sally non può più ballare. Sally non ce la fa più... L'hanno trovata nel bagagliaio di una Ford e non balia, non balia più..."
(Sally Can't Dance, Lou Reed)

"Ho subito ventiquattro elettroshock quando avevo dicias-sette anni. Immagino che questo mi abbia spinto a scrivere questo genere di cose."
(Lou Reed)


I rimproveri più comunemente rivolti a Lou Reed e ai Velvet Underground sembrano nascere da alcuni dei pezzi della loro prima produzione, come Heroin, Venus in Furs e Sister Ray. L'accusa più ricorrente è quella di glorificare la violenza, la morte e la depravazione attraverso la musica. Tralasciando l'ipotesi, più che ovvia, che tutto questo odio e questa disperazione facessero, in realtà, parte di una calcolata strategia commerciale (in cui ci fosse anche lo zampino di Warhol) il problema, tuttavia, è un altro e ci riconduce al vecchio discorso su come un'immagine sbagliata possa deviare le opinioni della gente, e condurle lontano dalla verità. A quasi trent'anni di distanza dalla pubblicazione di The Velvet Underground and Nico, la verità è probabilmente un'altra, e di segno totalmente opposto: pochi artisti come Lou Reed hanno saputo introdurre nel rock'n'roll una visione così genuinamente moralistica dell'esistenza e delle sue miserie. Certo, alcuni episodi della lunga carriera solista di Lou Reed hanno contribuito in modo determinante ad alimentare il suo ruolo di poeta della decadenza e della dissolutezza, tutto teso a raggiungere l'annullamento della propria personalità e della propria esistenza.
Basta ricordare certe dichiarazioni di ambiguità sessuale offerte negli anni Settanta e un'esibizione dal vivo, nel 1974, che comprendeva l'iniezione in diretta di una dose di droga. Tutti questi elementi e i precedenti accumulati con i Velvet Underground sembravano convalidare ancora una volta il vecchio teorema usato in altre occasioni per tanti altri colleghi. Un teorema composto da una serie di regole terribilmente semplici e quasi angoscianti nella loro banalità: non oltrepassare mai la soglia dei cinquant'anni, accumulare una notevole mole di lavoro da lasciare ai posteri e condurre un'esistenza il più possibile dissipata. Ed è proprio nel tentare di applicare queste regole alla personalità di Lou Reed che le cose diventano un po' più intricate.
Nella prosa disadorna ed essenziale delle canzoni dell'artista newyorkese, il desiderio di morte non è mai presente come semplice e codardo andito all'oblio, al nulla. Emerge, invece, come un impulso etico ad affrontare nuove e faticose prove necessarie al raggiungimento di uno stato di pienezza spiritua-le. Il rischio di morte, la sospensione sull'abisso, diventano dunque l'atto più profondamente morale di cui si possa essere capaci. Sfidando la natura infida e primitiva del paesaggio urbano, muovendosi attraverso il ritmico e pulsante paesaggio della grande città, come un personaggio di Nelson Algren, alla ricerca di droghe odi nuove esperienze di natura sessuale, Reed si fa cantore delle circostanze più estreme, alla ricerca di qualche brandello di verità che gli consenta di affrontare una nuova giornata. E questo atteggiamento esistenziale a conferire alla poesia di Reed tutta la sua stridente autenticità, divisa tra tenerezza e severità.
Dietro l'apparente ricchezza di pulsioni distruttive e annichilatrici, le canzoni più note di Reed, e anche le più discusse, come Heroin e Venus in Furs, glorificano il valore dell'esistenza anche nelle condizioni più estreme.
Heroin, per esempio, descrive lo stato d'animo di una persona che sta consapevolmente affrontando una scelta enorme. "Ho preso una grossa decisione", confessa il tossicomane protagonista della canzone, "cercherò di annullare la mia vita".
Il tono della canzone ha davvero ben poco di glorificante o consolatorio, e nessuna ombra di compiacimento attraversa i pensieri dei protagonista. Qui stanno la forza e il potere della canzone.
In ugual modo anche Venus in Furs rifiuta esplicitamente di attribuire al concetto di devianza sessuale qualsiasi connotazione di carattere liberatorio. Il personaggio principale, Severin, è soltanto un debole e persino la ragazza con la frusta appare più come una figura patetica che altro, vittima anch'essa di un sistema sordido capace soltanto di offrire un momentaneo conforto a coloro che abbracciano i loro demoni piuttosto che affrontarli. Come ha scritto Ellen Willis in un suo saggio su Lou Reed e i Velvet Underground: "La vita può essere una lotta brutale, mai aliena dal peccato, elusiva dell'in-nocenza e transitoria, e la grazia un dono, non una ricompensa", ella scrive. "Tuttavia siamo responsabili di quello che diventiamo. Reed non cerca di risolvere questo paradosso spirituale, né lo considera ingiusto. La sua assunzione religiosa di base (come Baudelaire) è che, ci piaccia o no, abitiamo tutti in un universo morale dove le nostre scelte hanno assoluta importanza.
Se non siamo abbastanza forti da fare le giuste scelte, se non possiamo mai contare sui momenti di illuminazione che le rendono possibili, allora è la morte spirituale che, ancora una volta, rende vano ogni sforzo."