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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

Affondare in un fiume di latte...

5 dicembre 2010

Autore: Brian Eno with Jon Hopkins & Leo Abrahms
Album: Small Craft on a Milk Sea
Etichetta: Opal/Warp
recensione di Maurizio Principato

Vogliamo un gran bene a Brian (Peter George St. John le Baptiste de la Salle) Eno. Pur non avendo cognizioni musicali adeguate, una quarantina di anni fa egli è stato in grado di suonare, di comporre, addirittura di creare da zero un genere musicale (la ambient music). Dopodiché si è seduto al banco dei mixer e ha prodotto alcuni tra i dischi più belli (Talking Heads, Harold Budd, Michael Brook, Jon Hassell. John Cale) o più venduti (U2) degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Brian! Sei un grande! Sei un genio! Sei una delle menti più acute della musica contemporanea! Detto ciò, questo Small Craft on a Milk Sea è noioso, terribile, a tratti angosciante. Quindici tracce strumentali buone per sonorizzare vecchi B-movies ripescati in un magazzino abbandonato? Sì. Parole forti, che spingono ad un’analisi puntuale e approfondita. Il pezzo che apre la selezione è “Emerald and Lime”, un impasto esangue di melodie appiccicose e suoni che fanno apparire moderne le bolse trovate del Vangelis di “Blade Runner”. Il tenebroso incedere di “Complex Heaven” è noioso, ripetitivo, perfino pedante. La title-track “Small Craft on a Milk Sea” ha dei fugaci momenti di interesse ma tenta maldestramente la strizzatina d’occhio al pubblico cinefilo e scomoda il Thomas Newman di “American Beauty”; l’impiego di suoni ‘etnici’ non è sufficiente a eguagliare le genialità di Newman. Inutilmente concitate e ansiogene, “Flint March” e “Horse” sono in sintonia con il gusto avariato dell’ultimo Dario Argento. Poi è il turno delle macabre atmosfere urbane di “2 Forms of Anger”e delle stantìe fragranze musicali da thriller psicologico di “Bone Jump”. A questo punto le energie di chi ascolta si vanno affievolendo e non siamo neanche a metà dell’opera. I tempi di “Ambient” (1 e 4) o “The Shatov Assembly” sono lontani, l’ispirazione pure. Difficile capire il senso di un’operazione di questo tipo. Un autore che rifà male ciò che in epoche remote ideava e realizzava egregiamente? Mah. Di idee in “Small Craft on a Milk Sea” proprio non ce ne sono. In compenso i suoni sono insopportabili. E chi dice che si tratta di sonorità fuori dal tempo non ha proprio capito. Ma forse lo scopo di Eno è sintetizzato dal titolo del brano # 14: “Written, Forgotten” (scritto e dimenticato). Brian, ma cosa hai combinato? E soprattutto: perché?