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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

Happy Birthday, Mr. Hancock...

5 ottobre 2010

Autore: Herbie Hancock
Album: The Imagine Project
Etichetta: Hancock Records – Sony Music
recensione di Maurizio Principato

Lo scorso 12 aprile Herbert Jeffrey ‘Herbie’ Hancock ha compiuto 70 anni. Auguri Herbie, come te la passi? Ti vogliamo un gran bene, firmato: DriveMagazine. Detto ciò, la domanda è: perché The Imagine Project? Non intendiamo sotto il profilo concettuale, perché – ma è ovvio, no? – chiunque appoggia l’idea di accostare e reinterpretare brani che hanno in comune la tensione verso valori positivi: speranza, perseveranza, pace, consapevolezza, fiducia, amicizia, fede. Diffondere e far girare energia positiva, certo, ‘love is the answer’ ecc. Musicalmente invece trovare una ‘giustificazione’ all’operazione immaginaria diventa difficile. Hancock è un compositore geniale e coraggioso (ricordate la sua virata electro-pop di “Rockit” nel 1983? Quanti ebbero o hanno avuto il pelo sullo stomaco di fare una follia del genere? Vi immaginate il disgusto che deve aver provato un collega e coevo di HH come Keith Jarrett – che rispettiamo profondamente, sia chiaro - quando sentì che Herbie aveva scritto brani di break dance?). Hancock è anche un musicista superlativo che – nonostante l’età – continua a tirare grandi schiaffoni ai tastieristi e/o pianisti di mezzo mondo. E così mentre presunti geni come Chick Corea sguazzano in mezzo a cliché e routine (ovvero: grande tecnica usata senza intelligenza ma pagata molto bene), il bravo Herbie ha il coraggio di esplorare nuove strade, coerenti con un percorso spirituale che lo spinge verso la pace e la comunione con l’universo. È un illuminato che ha scelto la musica per comunicare con le generazioni presenti e future. Nel 1998 dedicò un eccellente album al lavoro di George Gershwin (“Gershwin’s World”, Verve) e, nove anni dopo, fu la volta di un interessante tributo all’opera di Joni Mitchell (“River: The Joni Letter”, Verve). Nel 2010 vede la luce questo progetto su cui Hancock si è impegnato per anni e che egli ha prodotto con appassionante dedizione, girando tutto il pianeta e raccogliendo le energie di musicisti capaci: Derek Trucks, Dave Matthews, Pink, John Legend, Céu, Jeff Beck, The Chieftains, Toumani Diabete, Tinariwen, Los Lobos, James Morrison, Chaka Khan, Anoushka Shankar, Wayne Shorter e l’elenco non finisce qui. Non pago, HH ha chiamato a raccolta pure gli strumentisti più richiesti del momento: Vinnie Colaiuta, Matt Chamberlain, Michael Chaves, Alex Acuña, Larry Klein. Tanti bravi musicisti, tante belle canzoni, rilette con gusto e buon equilibrio, messe in sequenza con grande attenzione. Allora cosa c’è che non va? Manca l’anima, in un buona metà del disco. “The Imagine Project” poteva, forse doveva essere un concertone con successivo album registrato dal vivo – come accadde al tributo “Leonard Cohen: I’m Your Man”, prodotto da Hal Willner - e così sarebbero stati evitati i suoni artefatti e ridondanti che funestano brani come “Imagine” (John Lennon), “Don’t Give Up” (Peter Gabriel), “LaTierra” (Juan Esteban Aristizabar), l’appiccicosa “A Change is Gonna Come” (Sam Cook) o la francamente insopportabile – intendiamo in questa versione, l’originale non si tocca – “The Time They Are a Changin’ ” (Bob Dylan). Va detto, però che accanto alle cinque disdicevoli ‘cover’ dei pezzi citati trovano posto altre cinque canzoni che mostrano ben altro spessore e riconciliano con la grandezza, la visione aperta, l’integrità e la lucidità di intenti di Hancock. Sprizzano luce e sono ricche di intuizioni le versioni di “Tempo de amor” (Buden Powell, Vinicius Moraes), “Tamatant Tilay/Exodus” (A. A. Touhami, Bob Marley) e di una “Space Captain” (portata alla celebrità da Joe Cocker nel 1970) dove si scatenano la grintosa cantante Susan Tedeschi, il virtuoso chitarrista Derek Trucks e soprattutto Vinnie Colaiuta, che proprio in questo brano ha modo di far uscire allo scoperto un po’ del suo straordinario e inarrestabile drumming. Eccellente anche la versione di “Tomorrow Never Knows” (Beatles – qui con la splendida, dolente voce di Dave Matthews e la ritmica articolata di Matt Chamberlain) e, infine, una chiusura in grande stile con “The Song Goes On” (di Larry Klein, con testi basati su un adattamento del poema “10” di Rainer Maria Rilke), il brano che meglio di tutti riesce a catturare l’essenza di un progetto che vorrebbe unire le culture di tutto il mondo senza annullarle o limitarle: qui il jazz incontra la musica indiana, l’improvvisazione stabilisce una relazione con la musica carnatica, i due emisferi – Oriente e Occidente - si uniscono. “The Imagine Project” è un lavoro – come dicevamo prima – riuscito a metà ma che contiene delle gemme e quindi, fatte le opportune distinzioni, vale la pena ascoltare.