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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

Ed goes solo...

5 ottobre 2010

Autore: Ed Kowalczyk
Album: Alive
Etichetta: Soul Whisper Records
recensione di Maurizio Principato

Nell’estate americana del 1994 sembrava che l’album “Throwing Copper” dei Live avesse deciso di restare nella Top Ten per sempre. La formazione di York, Pennsylvania, da molti indicata all’epoca come la band post-grunge di riferimento, era arrivata all’apice. Merito della formula musicale, che del grunge conservava più che altro l’attitudine ma faceva leva su soluzioni stilistiche piuttosto orecchiabili che univano rock fm, indie, garage, un pizzico di country western e infine degli inebrianti passaggi con intervalli di quinta minore (ovvero un salto di cinque toni tra una nota e la successiva o tra un accordo e il successivo, ad esempio: LAm/MIm o DOm/SOLm). Merito anche dei testi insoliti, che destavano interesse per le esplicite contiguità con la filosofia indiana (uno dei brani si intitolava “T.B.D”, che non sta per ‘To Be Defined’ bensì per ‘Tibetan Book of the Dead’ – roba forte) alternate a una visione critica dello stile di vita e di morte americano. La carriera del quartetto formato da Ed Kowalczyk (voce e chitarra), Chad Taylor (chitarra solista), Patrick Dahlheimer (basso) e Chad Gracey (batteria) si chiudeva nel 2009, in tribunale, per questioni venali legate a royalties che Kowalczyk pare avesse tenuto per sé, con disappunto degli altri tre pards. La vicenda Live, in ogni caso, era giunta al capolinea visti i risultati commerciali – oggettivamente dignitosi ma, se rapportati al passato, disastrosi – dell’ultimo disco della band, “Songs from Black Mountain” del 2006.
Nel 2010 il glabro Ed torna a far vedere il suo volto vagamente tormentato e propone dodici nuove canzoni che pescano senza ritegno nel passato remoto dei Live (la recente “Zion” è una diretta derivazione della fortunata “Selling the Drama”) ma d’altra parte Eddie ha tutti i diritti di saccheggiare un repertorio che nasce anche e soprattutto dalla sua creatività. Non è questo che lascia perplessi ma piuttosto il tentativo di arruffianarsi la audience con brani melensi come “In Your Light” (che scimmiottano gli U2 meno credibili, quelli di “With or Without You”) che fanno numero ma potevano tranquillamente essere lasciati fuori, vista la presenza di canzoni più congrue come “Drive”, “Grace”, “Drink” o la malinconica “Fire on the Mountain”. “Alone” è un prodotto ascoltabile, innocuo e un po’ datato, scarsamente appetibile per il mercato italiano.