navigazione
drive home page

musica
Home

recensioni

speciali

concerti
eventi

sezioni

rock'n'roll noir
rock and horror encyclopedia
borderline
all that jazz


categorie

musica

cinema

libri

fumetti

contatti

 

drive magazine © Stefano Marzorati 2011

Spezzando il cerchio...

2 giugno 2011

Autore: Marbin
Album: Breaking the Cycle
Etichetta: MoonJune
recensione di Maurizio Principato

Il nome di questa formazione di Chicago è composto da sei lettere: ‘Mar’ (prese dal cognome di Danny Markovitch, sassofonista) e “Bin’ (prese dal cognome di Dani Rabin, chitarrista). I due musicisti israeliani si conobbero alcuni anni fa e iniziarono subito a lavorare insieme. Nel 2009 decidono di trasferirsi negli Stati Uniti, a Chicago. Dopo aver realizzato un primo album, “The Talk of the Town”, vengono chiamati dal batterista Paul Wertico – che tra gli anni Ottanta e Novanta fu il batterista del Pat Metheny Group – il quale li invita a suonare nel suo “Impressions of a City”. Markovitch e Rabin ricambiano la cortesia coinvolgendo Wertico nella realizzazione del loro secondo album, uscito per l’etichetta newyorkese Moonjune lo scorso 15 marzo. Ai tre si unisce un altro compagno di avventure di Pat Metheny, il bassista Steve Rodby. Nonostante ciò, questo “Breaking the Cycle” non scimmiotta il lavoro di Metheny (lo ricorda molto da vicino solo in un paio di brani, “Western Sky” e “Old Silhouette”) e la sezione ritmica suona con libertà e disinvoltura, assecondando molto bene le intenzioni e le intuizione di sax e chitarra. Pur ascrivibile al filone ‘world fusion’, il nuovo lavoro di Marbin è piuttosto originale e, in diversi punti, sotto il profilo della composizione e dell’arrangiamento riprende lo stile dei grandi autori italiani di colonne sonore come Ennio Morricone (“Outdoor Revolution”) e Nino Rota (“Burning Match”). Il momenti migliori del disco sono quelli ad alto tasso di energia (“Loopy”, “Bar Stomp”) mentre le ballad come “Mom’s Song” sono mollicce e prive di interesse. La vera sorpresa è la canzone di chiusura “Winds of Grace” – stilisticamente tra Bert Jansch e Robert Wyatt – cantata da Daniel White. E per i più attenti c’è un’ulteriore sorpresa (una traccia ‘nascosta’ dal sapore new age).