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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

Lascia che gli uccelli cantino...

9 settembre 2010

Autore: Tohpati Ethnomission
Album: Save the Planet
Etichetta: MoonJune Records
recensione di Maurizio Principato

Il chitarrista Tohpati Ario Hutomo in passato ha suonato con molti artisti fusion americani (Kenny Garret, Eric Manenth) e da diversi affianca una intensa carriera solista alla collaborazione con due importanti formazioni indonesiane, Trisum Band e Simak Dialog. Perché ‘importanti’? Principalmente perché dimostrano come l’ambito della world music possa ospitare un processo di rinnovamento o innovazione musicale. Entrambe le band citate, infatti, riescono a porre magistralmente in contatto gli elementi tipici del gamelan indonesiano, tempi dispari e articolazioni ritmiche sundanesi con improvvisazione free style e stilemi propri del jazz rock di Canterbury. Tohpati ci mette del suo e, grazie a una preparazione tecnica notevole, innerva con energia gli album in cui figura come ospite o come star. Il suo nuovo lavoro solista ha un profilo etico (vedi il titolo) e musicalmente riferisce direttamente alla lezione di maestri come John McLaughlin e Allan Holdsworth, senza dimenticare l’algido John Scofield. Nei brani di Tohpati il virtuosismo non è mai fine a se stesso (come capita spesso nei lavori dei tre grandi chitarristi citati) ma finalizzato alla costruzione di una struttura d’insieme, articolata e complessa, da cui originano brani ascrivibili al genere “Ragazzo, questa è dura da suonare”. Controtempi, stacchi a sorpresa e una cascata di note, in una miscela di fusion, nu jazz, funk e musica etnica indonesiana: c’è tutto questo e molto di più in Save the Planet. Aspetto di ulteriore interesse: il controllo esercitato dal band leader. Tohpati, infatti, pur avendo tecnica da vendere non si lascia mai andare a sterili saggi di bravura, ricerca piuttosto l’equilibrio tra le singole controparti. “Hutan Hujan” (che in indonesiano significa “Foresta della pioggia”) è uno dei brani più rappresentativi di questa modalità esecutiva, mentre i fraseggi prog di “Barkan Burun Bernyanyi” (“Lascia che gli uccelli cantino”) danno vita ad aperture che evocano sapori afro-orientali. Appare all’improvviso anche la silhouette del Pat Metheny Group di fine anni Ottanta in “Inspirasi Baru” (“Nuova Ispirazione”), brano notturno in cui il bassista Indro Hardjodkoro emerge con uno assolo breve ma efficacissimo, supportato da percussioni acustiche ed elettroniche. Un album di qualità, che si conclude con “Amara” (“Rabbia”) un brano cattivo e distorto per chitarra (anzi più chitarre, sovra incise) che porta la mente ai King Crimson di “Discipline”.