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1 giugno 2010

Intervista a Hughes Pagan
di Franck Frommer e Patricia Osganian (Mouvements 3/2001)
per gentile concessione di Meridiano Zero

Hugues Pagan e’ un ex ispettore di polizia a Parigi, ed e’ molto critico sul modo in cui viene esercitato il suo vecchio mestiere. E’ diventato un protagonista singolare nel panorama del polar. Sotto il suo sarcasmo e la sua ironia emerge un profondo senso di rivolta, in cui sulla semplice disillusione prevale una forma di utopia.

M: Lei e’ stato prima ispettore di polizia e poi e’ diventato scrittore di noir. Quali sono le origini di questa svolta? E’ stata causata da un preciso avvenimento?
HP: Si’. E’ stato un soffitto che e’ crollato. All’epoca ero un poliziotto. Avevo sempre detto ai miei compagni che un giorno mi sarei messo a scrivere. Durante un congedo dovevo ritinteggiare un soffitto, che invece crollo’. Lo riparai, ma poi, furioso, mi misi davanti alla macchina da scrivere, una vecchia Japy. Avevo ancora alcune settimane di vacanza davanti, era il 1980. E ho scritto “L’ingenuita’ delle opere fallite” (“La mort dans une voiture solitaire” in originale) che e’ stata pubblicata da Fleuve noir. Da quando ero entrato nella polizia nel 1973, avevo raccolto talmente tanto materiale che spesso mi dicevo che un giorno avrei scritto un romanzo. Mi sono messo a scrivere a partire da fatti reali, vissuti. Ma l’aspirazione a scrivere mi era venuta molto prima. Da quando avevo otto anni mia madre mi ripeteva che sarei diventato uno scrittore, mentre io sognavo di diventare pilota di caccia. Ho studiato filosofia e mi sono laureato su Hölderlin e Heidegger. E allora come mai il polar? Per due ragioni: intanto perche’ con sette anni d’indagini di polizia sulle spalle avevo a disposizione una buona base di lavoro, radicata nella realta’. E poi per una scelta tattica. O scrivevo un romanzo intellettualoide solo per pochi lettori (e avrei potuto benissimo farlo) o scrivevo dei polar, vale a dire dei libri che si trovano dappertutto, costano poco, sono accessibili, ecc...
M: La tematica ricorrente della morte, con dei protagonisti “gia’ morti prima ancora di esserlo”, ricorre quasi ossessivamente in tutti i suoi libri. Deriva dallo sguardo disincantato del poliziotto o ha radici esistenziali piu’ profonde?
HP: E’ vero, uno dei temi ricorrenti dei miei romanzi e’ la lenta agonia che precede la morte. Le mie origini gitane di Barcellona - legate a un popolo che ha un rapporto particolare con la morte, una certa morbosita’ che si ritrova anche nella corrida - hanno certamente un loro peso. Senza parlare della vita in commissariato dove il rapporto con la morte e’ quasi quotidiano.
M: Quando la denuncia della corruzione, della violenza o dei complotti nella polizia passa attraverso il prisma della fiction, la coerenza della critica sociale non rischia di essere distrutta dall’iperindividualismo dell’esperienza della disillusione?
HP: Da un lato c’e’ il discorso politico che per me non e’ mai cambiato, almeno a partire dagli anni Settanta, e dall’altro la parte dell’opera che oltrepassa questo aspetto e sorregge la narrazione. Non e’ facile tenere in questo modo il piede in due staffe. Si tratta di conciliare un discorso coerente su un’analisi sociale sconfortante e un comportamento autoriale piu’ nevrotico. Anni fa mi avevano chiesto se non fosse meglio fare giornalismo e avevo risposto che esistono gia’ persone che lo fanno molto bene. Quando si parte dal particolare la posta in gioco e’ riuscire ad arrivare a una forma il cui senso e’ universale. Questo chiama in causa il mio legame con l’etica. Non credo a una politica che non sia sorretta da un’etica. La prima cosa e’ avere una morale. Come diceva Camus citando Chamfort: “si e’ giusti prima ancora di essere generosi, cosi’ come bisogna avere una camicia prima di portare i pantaloni”. Bisogna essere etici prima di essere politici. Sfortunatamente l’etica ha delle variabili e si potrebbe anche, ahime’, pensare che esista un’etica del CAC 40. Anche se personalmente non ne sono convinto, c’e’ da temere che qualcuno lo pensi. Credo di essere stato uno scrittore punk ante litteram. Spesso mi si rimprovera l’oscurita’ dei miei personaggi, il mio pessimismo assoluto. Ma io mi limito a descrivere la realta’. Di solito parto da eventi e personaggi reali. La dimensione artistica si sovrappone a questa realta’, la riveste. Il mondo con cui mi sono confrontato per anni e’ ancora piu’ nero di cosi’. L’etica che adotto nel mio lavoro consiste nel rendere conto delle situazioni nel modo piu’ fedele e rispettoso possibile, sapendo che bisogna turbare il lettore. Non si tratta ne’ di educare ne’ di insegnare. Per farlo bisogna essere insegnanti. E quello di giornalista e’ un mestiere diverso ancora. Sotto l’ironia e il sarcasmo c’e’ una rivolta per partito preso che mi sembra essere il fondamento di tutta la mia opera. Credo che in qualche misura la rivolta del mio protagonista suscitera’ di volta in volta l’adesione o il rifiuto da parte del lettore. La gente deve ribellarsi, anche se la soluzione ai problemi non e’ a portata di mano.
M: Leggendo i suoi libri si avverte una specie di slittamento estetico verso una forma sempre piu’ lirica e romantica. La realta’ e la finzione si intrecciano in modo quasi “allucinatorio” in una narrazione profondamente segnata dal flusso dei ricordi e dai fantasmi del protagonista, come se la narrazione in prima persona si stringesse intorno al dramma della coscienza individuale. Come spiega questa svolta radicalmente soggettivista?
HP: Non ho l’impressione di aver diminuito la portata della mia denuncia. Una volta il tema del male era esterno rispetto al protagonista, che non era ancora immerso nel male globale. A partire da “Operazione Atlanta” (“Last Affair” in originale) il male inizia a contagiare il protagonista, che diventa a sua volta “figlio” del male e non piu’ un semplice spettatore. Ovviamente questo rende la denuncia molto piu’ difficile. Non bisogna dimenticare che la maggior parte dei miei personaggi ha un passato indefinito da attivista, da persona impegnata in azioni sociali storicamente datate. Per quanto mi riguarda - ma e’ vero per molte persone della mia generazione - la Guerra d’Algeria e’ stata un momento decisivo. E’ stata alla base della nostra storia, ed e’ alla base dei miei romanzi. Le nuove generazioni oggi non hanno la minima idea di cosa rappresenti la guerra. Vale a dire, secondo me, la violenza sociale globale, legittimata e rivendicata come tale. In stato di guerra gente come me e come lei non solo e’ autorizzata, ma ha anche l’ordine di uccidere. Il rapporto con la morte che si crea e’ molto particolare. E in una societa’ in guerra, questo compito e’ affidato alla polizia. Quando cadde il Muro di Berlino Norman Mailer disse: “Non abbiamo che una soluzione, odiarci l’un l’altro”. Gli americani l’hanno fatto molto bene durante la guerra del Vietnam. Per noi in Francia questo tipo di personaggi ormai distrutti e dal passato oscuro provengono tutti da guerre coloniali perdute. Sono persone che hanno partecipato al “disastro”: fanno parte di una specie di generazione perduta. La loro presenza ricorda la rivolta degli schiavi neri che e’ alla base del blues. Nei miei romanzi si trova l’equivalente dei racconti dei griots africani depositari dei miti e della memoria. Sono forme di racconto che ricordano il blues, che e’ a sua volta un genere di denuncia. Non si puo’ capire Martin Luther King se prima non si e’ ascoltata Billie Holiday.
Paradossalmente ho scoperto gli scrittori americani di noir solo tardi. Parlo di classici come Chandler, Hammett, Goodis, Thompson, Mac Coy. Li ho scoperti quando ho iniziato a scrivere. Infatti i miei autori prediletti erano Villon, Montaigne, Maupassant, Balzac, Ce’line, Camus. Non direi di essere stato influenzato dagli autori di polar, ma piuttosto da Dos Passos, Faulkner, Hemingway o Steinbeck. E da Conrad, che e’ uno dei miei autori preferiti da piu’ di dieci anni. Non sono un gran lettore di polar.
M: Nei suoi romanzi spesso c’e’ un tentativo di salvataggio dei valori che di solito fallisce. La disperazione e il nichilismo nascondono forse una qualche utopia? A cominciare magari dal permanere della fiducia nei valori dell’umanesimo e della morale...
HP: Penso che se non rimanesse un minimo di umanesimo e di morale non varrebbe piu’ la pena scrivere. C’e’ un rimasuglio di ingenuita’. Il sentimento che anima la maggior parte dei miei personaggi e’ la rabbia. Penso che siano prima di tutto profondamente in collera e non sempre ben costruiti o intelligenti. Ho l’impressione - lo dico con modestia - di mettere in scena degli uomini in rivolta. Credo che si tratti piu’ di rapporti clinici, di un aspetto psicosociale, che di atti di eroismo allo stato puro. In “La notte che ho lasciato Alex” direi che l’eroismo scompare del tutto, ma negli altri c’e’ ancora una persistenza eroica. Il che non mi sembra cosi’ grave. Dopotutto gli eroi sono a meta’ strada tra gli uomini e gli dei. Cio’ che invece mi sembra molto piu’ grave e’ che oggi non ci siano piu’ eroi, quindi nemmeno un orizzonte, una trascendenza. E anche molta meno sovversione. Il dramma di oggi e’ che ogni forma di sovversione e’ automaticamente riassorbita da quella specie di trappola che chiamiamo globalizzazione. Quindi diventa molto difficile continuare a strillare un po’. Ad esempio mi interessa molto in un autore come Conrad, quell’idea di redenzione, come se una salvezza fosse possibile.
Ma non credo per niente a una funzione redentrice della letteratura. E anche se ammiro molto Abel Ferrara, il suo “Cattivo tenente” ha la debolezza di preoccuparsi della redenzione. Invece bisogna essere consapevoli di essere nella merda e di non poterne uscire. Bisogna rinunciarci. Tutto cio’ anemizza la rivolta: il sentimento di ribellione, di collera, tende ad attenuarsi considerevolmente. Uno dei pochi luoghi nei quali e’ ancora possibile urlare la propria ribellione e’ la letteratura. Ma non e’ una panacea. C’e’ anche l’impegno politico. Per quanto mi riguarda credo che leggendo i miei libri le persone si rendano conto che le cose non funzionano. In essi si manifestano la stessa rabbia e la stessa collera delle canzoni di Billie Holiday. Sono racconti del fascismo quotidiano.
M: Lei rappresenta rapporti sociali di dominazione in cui di solito le vittime principali sono le donne. Paradossalmente lei assegna alle donne un ruolo di conciliazione sociale, ma allo stesso tempo questa assegnazione assume spesso la forma di un sacrificio tragico che viene loro imposto dai personaggi maschili.
HP: L’unica cosa che puo’ ancora giustificare un certo ottimismo sono le donne. Quest’idea deriva in primo luogo dalla mia esperienza personale. Nel corso dei ventitre’ anni che sono stato in polizia i soli “uomini veri”, i soli “duri” che ho incontrato in grado di mantenere un certo distacco pur riuscendo a rimanere umani, sono state donne. Non ho mai ammirato nessuna delle canaglie con cui ho avuto a che fare. Di solito sono idioti tanto quanto gli sbirri. E’ evidente che le donne sono le vittime principali della mancanza di umanita’ nei rapporti sociali. Chamfort diceva che le donne erano i negri d’Europa. Nelle mie storie la donna ha un ruolo preponderante rispetto all’uomo. E anche se le donne non sembrano ribelli sono molto piu’ forti degli uomini perche’ detengono il vero potere, rispetto all’onnipresente stupidita’ degli uomini, simili a fantocci. Penso che i rapporti tra i sessi siano di base delle relazione tra dominante e dominato. In quest’ambito non c’e’ alcuna sfera di autonomia. Le relazioni si svolgono sempre secondo lo stesso schema di sfruttamento. Una storia d’amore in un modo o nell’altro finisce per essere la storia di una cattura. Io comunque non descrivo contesti sociali utopici, ma il contesto sociale in cui si trovano le persone con cui ho condiviso la mia vita per un quarto di secolo. Non si tratta di futorologia.
M: Adesso che la sua carriera di scrittore e sceneggiatore si e’ sostituita a quella di poliziotto, come vede il mestiere di poliziotto?
HP: Sono entrato in polizia per convinzione. In primo luogo perche’ pensavo che si trattase di un insostituibile osservatorio sociale - certo a condizione di non rimanere chiuso in un ufficio. La polizia e’ il riflesso caricaturale di una societa’. Se la societa’ e’ malata, la polizia sara’ una polizia da Repubblica delle banane. La polizia e’ al limite tra normalita’ e anomalia, in uno stato di perenne guerra civile. Quindi la mia visione della polizia oggi e’ di un enorme bordello. Quando si vedono squadroni armati fino ai denti invadere le citta’ per ristabilire l’ordine si tratta proprio di un’espressione caricaturale della nostra Repubblica jospiniana delle banane. Forse bisognerebbe un po’ riflettere prima, porsi le domande piu’ importanti sui problemi sociali: come si costruiscono dei quartieri-ghetto? come si fa a combattere la disoccupazione? Per anni, volontariamente, non abbiamo impostato il discorso della delinquenza in termini sociali, e questo non puo’ che portare a reazioni sempre piu’ repressive. Dato che non si vuole davvero combattere la malattia della disoccupazione, della mancanza di sicurezza, dello sradicamento, allora si mandano gli squadroni. Questa e’ la mia opinione di cittadino, non sono sicuro che potrei comunicarla tramite un libro, se non tramite la personalita’ dei miei personaggi, spesso molto ambivalenti, spesso prossimi alla follia. Cio’ che gli impedisce di superare il confine e’ il rifiuto della violenza e della disumanita’. Sta li’ tutta la differenza tra compromesso e compromissione. Siamo obbligati di continuo ad accettare compromessi ragionevoli. In “La mossa del gatto” (“Boulevard des allonge’s” in originale) c’e’ una frase: “Quante volte si puo’ rinnegare se stessi senza tradirsi?”. I miei romanzi sono scritti di rivolta contro un mondo che non ha piu’ un volto umano. Ma la vita mi ha insegnato - e qui sta la mia vera rabbia - che il limite tra umanita’ e disumanita’ a volte e’ molto sottile. Basterebbe poco per rispettare questo limite. E il rispetto puo’ emergere in diversi ambiti. Per quanto mi riguarda, ad esempio, il rispetto si manifesta nel mio stile di scrittura. Uno stile trasandato sarebbe irrispettoso. Ecco perche’ la differenza che qui in Francia facciamo tra la letteratura e i romanzi noir non ha alcun senso. E’ del tutto a sproposito, perche’ in entrambi i casi le intenzioni sono simili. La svolta storica e’ stata nel dopoguerra, quando Marcel Duhamel ha inventato la Se’rie noire. Si tratta di un caso tipico, quello di una struttura industriale che induce la nascita di un genere letterario. Questa distinzione altrove non esiste. In ogni caso secondo me il romanzo noir di fatto e’ il romanzo criminale, vale a dire il romanzo che parla del crimine. Quindi per me “Lo straniero” di Camus e’ uno dei piu’ grandi romanzi noir. Il tipo di intenzione e il rispetto imposto dallo stile sono parte integrante di una forma di impegno. Sempre per questo motivo all’inizio la forma di resistenza che avevo scelto era stata di entrare in polizia per fare il mio lavoro in modo corretto. Per esempio non ho mai stretto le manette fino a far male, come spesso si fa, e ho sempre evitato di dare del tu. Ritengo che come poliziotti si abbia un importante ruolo sociale. Io ho resistito a modo mio. Partecipavo ad alcune attivita’ di militanza al di fuori del lavoro, e non sempre era facile gestire le due cose. E adesso, in parallelo al mio mestiere di scrittore, quando firmo un articolo per un giornale, resto sulla stessa linea delle mie convinzioni politiche precedenti. Claude Mesple’de poco tempo fa mi ha detto: “cio’ che sapaventa di te e’ che tu non cambi mai. Quando eri giovane, era troppo presto. E adesso, e’ troppo tardi”. Non c’e’ stata una disillusione. Credo che la letteratura sia una forma di espressione politica. E per quanto parli molto di rado dei miei impegni come cittadino, non c’e’ divergenza tra le due attivita’. Vi ricorderete che nel 1968 si diceva: “Continuiamo a lottare!”. Be’, io continuo.