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QUEEN: DISCOGRAFIA

1973 Queen
1974 Queen II
1974 Sheer Heart Attack
1975 A Night at the Opera
1975 A Night at the Opera
1976 A Day at the Races
1977 News of the World
1978 Jazz
1979 Live Killers
1980 The Game
1981 Flash Gordon
1982 Hot Space
1984 The Works
1986 A Kind of Magic
1986 Live Magic
1989 The Miracle
1991 Innuendo  
1995 Made in Heaven
1999 These Are the Days of Our Lives



 
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QUEEN, COS'ALTRO AGGIUNGERE?... Impressioni sul sottile filo del reiterato

Non e' affatto semplice in un 2002 aggiungere qualcosa di nuovo o di originale alla saga di uno dei gruppi piu' celebrati, amati/odiati/vi tuperati/osannati della Storia della musica popolare del XX° secolo.
Non e' semplice in considerazione del fatto che, dalla morte di Freddie Mercury avvenuta Domenica 24 Novembre 1991, le celebrazioni e contro-celebrazioni si sono succedute incessantemente e, permettetemi di dire, in alcuni circostanze, alquanto infaustamente.
Questa campagna di "sodomizzazione-psicologica" pro-Queen (e in particolare pro-Mercury) e' quanto di piu' spropositato e stomachevole possa manifestarsi nel sin troppo eterogeneo pianeta del divismo ad libitum, dove la morte si sovrappone all'esistenza terrena, consegnando agli angeli custodi l'anima di un folle spericolato dedito alla lussuria piu' sfrenata, vittima di sfuriate egocentriche da autentico pagliaccio, instancabile metronomo della propria assoluta, destabilizzante vanita', schiavo di un narcisismo francamente a tratti sconcertante.
E un pagliaccio (qui inteso nell'accezione "positiva" del termine) Freddie Mercury lo e' stato per davvero: inarrivabile show-man, insuperato vocalist dal timbro limpidissimamente cristallino, una vocalita' inconfondibile ed ammaliante, catturante, personaggio e uomo dotato di carisma innato e di acutissima, apparentemente infinita sensibilita' artistica, sensibilita' cosi' smaccatamente, inauditamente evidente all'interno delle sue melodie, da quelle piu' conosciute e cantate a squarciagola da milioni di ammiratori, ad altre "sepolte" dalla polvere, e poste, immeritatamente e troppo frettolosamente, nel dimenticatoio.
Un (odioso, fastidiosamente "deviante") cliche' vorrebbe i QUEEN come uno dei gruppi piu' rappresentativi e significativi degli anni '80, traendo implacabilmente in inganno l'ascoltatore e fan di turno. Io, invece, tanto per erigermi a bastian contrario (con inqualificabile sincerita', comunque, su questo non transigo, affatto!...), ho sempre vivacemente sostenuto, contro il parere di molti, che Mercury e Compagni abbiano espresso le migliori e piu' convincenti pagine della loro immensa carriera durante il decennio precedente, in particolar modo a cavallo tra il 1973, anno del loro esordio discografico, ed il 1976, con l'avvenuta pubblicazione di un must-have queeniano, A DAY AT THE RACES (l'ideale successore del capolavoro A NIGHT AT THE OPERA) Nel corso di questi tre anni, i Queen hanno potuto constatare, forse piu' di ogni altro complesso dell'epoca, quanto fosse impossibile (in alcuni casi improbabile) imporre la propria personalita' e arte senza scendere ad eccessivi compromessi; Mercury, May, Deacon e Taylor si resero subito conto di aver intra preso la strada piu' difficile ed irta di traversie e controversie. In special modo, nel lasso di tempo inter corrente tra il 1971 ed il 1973, periodo che si sarebbe rivelato cruciale ai fini della loro implacabile scalata verso la notorieta', i QUEEN avrebbero provato sulla loro pelle tutti i pro ed i contro di uno spietato, insolente e talvolta incompetente mercato musicale, vivendo costante- mente sulla solidissima, assoluta convinzione che un giorno non troppo lontano essi ce l'avrebbero fatta.
Il sottoscritto non e' certamente uno dei maggiori e piu' accaniti fans del famoso combo londinese, ma non sara' mai nemmeno uno dei suoi piu' acidi e sadici detrattori.
Da sempre anch'io attento alle evoluzioni di un musicista con occhio maniacalmente clinico riversato sulla "misurazione" della sensibilita' melodico-qualitativa di costui, non posso fare altro che rifiutarmi dinanzi a quelle tronfie e afone grida inneggianti alla figura di macho "high-clone" sfoggiato da un superbo e altezzoso Mercury intorno alla meta' degli anni '80.
Decisamente piu' sensuale e provocatorio quando indossava, circa dieci anni prima, sgargianti completini di raso o abiti dalle clamorose scollature, ambigue e conturbanti, disegnati dalla stilista di fiducia di Freddie Mercury, la leggendaria e mai dimenticata Zhandra Rhodes (celebre a tal propo- sito si rivelera' il celeberrimo "corpo alato", contraddistinto da un netto bianco "angelico"). Fu precisamente in quel contesto che Mercury raggiunse il picco di provocazione scenico-visiva, lievitando il proprio smisuratissimo, debordante (e a volte francamente irritante) ego, l'ideale complemento a una personalita' follemente bizzarra e macchiata sovente da dosi di estrema eccentricita'. Nelle tracce dei QUEEN risalenti al primo periodo, KEEP YOURSELF ALIVE occupa una posizione di rilie- vo: esso fu il primissimo 45 giri a essere pubblicato, ma non ottenne il successo sperato, anzi, si tratto' di un fiasco completo. Il brano, composto da Brian May, si avvaleva dell'interpretazione di un gia' determinato e minaccioso Mercury: sullo spettatore viene gettato un imponente, ficcante riff, da considerare tra i migliori in assoluto di May, mentre Mercury, grazie a un canto arrogante e senza facili compromessi, stronca le velleita' di qualsiasi buonista incapace di comprendere (ahilui...) il significato del termine "trasgredire". La sensibilita' vocale di Mercury, al contrario, domina in DOING ALRIGHT, autentica perla del primo LP: la voce dapprima appare tenue, soave, sospesa sulle ali di un cielo dorato, mentre in seguito l'umore cambia fino ad assumere i connotati di una ballad elettrica di chiara derivazione "ledzeppeliniana", derivazione resa evidente dal violento stacco chitarristico di Brian May, che non puo' non rievocare (e pesantemente) la struttura di un gioiello quale WHAT IS AND WHAT SHOULD NEVER BE, composizione che si dimostrava un perfetto, ideale connubio tra dolcezza semi-sussurrata e veemenza vocale esternata con massicce, "disturbanti" scariche di nevrosi. DOING ALRIGHT risaliva al periodo SMILE, formazione nella quale militava Tim Staffell, ovvero l'uomo che avrebbe presentato a Brian May e Roger Taylor un ancora sconosciutissimo (ma gia' alquanto superbo ed egomaniaco) Freddie Bulsara, qualche tempo dopo ribattezzatosi, come tutti sanno, Freddie Mercury.
Il primo LP scivola tra fascinose, zuccherose ballate, dalla svenevole bellezza (THE NIGHT COMES DOWN) a ruvide composizioni hard-rockeggianti quali SON AND DAUGHTER, fin troppo riecheggiante i fasti dei migliori Led Zeppelin (e comunque si tratta di un brano energico e di ottima fattura, nel quale figura un May dal sound sporco ed insinuante, particolarmente "cattivo"), passando per certe reminiscenze di rock progressivo dai toni evocativi e sospese su magnetici, ammiccanti intrecci vocali tutti imperniati su di un conturbante falsetto.
Infine LIAR, primo roboante "mattone" mercuriano: una composizione piuttosto complessa, divisa in differenti sezioni, autentico "tour-de-force" sostenuto dal gruppo inglese. Introdotto dalla selvaggia chitarra di Brian May (in questo frangente a mio avviso rievocante asperita' chitarristiche piu' vicine a Ritchie Blackmore dei Deep Purple che a Jimmy Page), si ha l'impressione si apra un varco, nel quale si staglia, brevemente, un dolce accenno di organo; e' a questo punto che entra in scena il sensuale vocalismo di Mercury, il quale esplode nel ritornello urlato a voce piena insieme a tutti gli altri membri dei Queen.
LIAR possiede una cadenza struggente, sottolineata da marcati accenti drammatici, sebbene, a mio parere, (in)-volontariamente "rovinato" da troppi cambi di tempo, quasi fosse, questa scellerata frenesia, un atto di suprema arroganza, una dimostrazione di (forzato) eclettismo, alla fine solo deleterio e nocivo, per quel che concerne lo status qualitativo di questa prima opera by Queen.
Ora mi "catapultero'" piu' che volentieri ed eccitato nel 1974, anno che vide la pubblicazione del secondo LP, semplicemente intitolato QUEEN II.
L'album si apre solennemente con PROCESSION, seguita immediatamente da FATHER TO SON, a mio parere il primo piccolo capolavoro firmato Brian May: entrambe le tracce sono state programmate al fine di una reciproca compensazione: dove PROCESSION rappresenta idealmente l'inconfondibile trademark della chitarra di May, FATHER AND SON eccelle per lucidita' e alta originalita' compositiva, fornendo quel tipico tocco di epicita' cosi' cara ai Queen nella prima fase della loro carriera. Il brano in questione e' a dir poco trascinante, e vi si nota un certo taglio "cinematografico", sorta di confronto tra padre e figlio, ma rivisitato in chiave fantastica, "pesantemente" "addobbato" di pomposa musicalita', pomposita' comunque mai sopra le righe, in questo frangente contenutissima e priva di inutili, pretenziosi tecnicismi d'accatto. FATHER TO SON col passare del tempo acquistera' sempre piu' valore per quel che concerne il il concetto di innovazione musicale, assurgendo a sorta di "sotto-genere" che verra' dilatato e ripreso da altri complessi nel corso degli anni successivi (ad esempio Kansas e Styx, tanto per tracciare una piccola analisi su questo originale, fascinoso "movimento").
Per tutto il 1974 (e per molte altre esibizioni dal vivo della band inglese), l'inossidabile binomio PROCESSION/FATHER TO SON costituira' l'apertura concertistica-tipo, portando lo stato umorale dello spettatore verso sintomi di eccitazione pura, un intro di indiscutibile portata scenica e caparbiamente suggestivo.
May furoreggia ancora con WHITE QUEEN (AS IT BEGAN) e ONE DAY SOME DAY, che riportano alla superficie una sensibilita' artistico-melodica non tanto inferiore a quella del suo celebre contraltare.
QUEEN II e' eloquentemente, nettamente diviso in due antitetiche parti: il WHITE SIDE (lato A) sarebbe divenuto il pretesto per lo showcase chitarristico e compositivo di May, mentre il BLACK SIDE avrebbe evidenziato le linee "oscure" e tenebrose della personalita' di Mercury.
Francamente il sottoscritto opta per il LATO BIANCO, grazie al talento di May, di gran lungo piu' equilibrato e contenuto di quello evidenziato da Mercury, mostrando a piu' riprese una sintassi esecutiva e creativa ben piu' convincente ed elastica. Mercury infatti in questo frangente s'impone come performer aggressivo oltre il limite, autore di brani fastidiosamente inclini a una sin troppo evidente e compiaciuta pomposita', sfiorando in alcuni punti del disco livelli di grossolanita' semi-parodistica assai ardua da digerire ad un primo ascolto: e' come se si trattasse di "letteratura musicale tendente al trash piu' spudorato, senza una possibilita' di calcare un percorso interiore situato idealmente a meta', elevando invece all'ennesima potenza il proprio ego, tronfio e travolgente, disgustosamente estremizzante verso temi epici e rimandanti il medioevo fiabesco ed oscuro.
OGRE BATTLE, FAIRY FELLER'S THE MASTER STROKE e THE MARCH OF THE BLACK QUEEN si rivelano essere egregi spaccati della complessita' mentale e tragicamente perversa di un sempre assetato Mercury, puntellata da tracce di inevitabile, drammatica oscurita', riflessa nei testi prettamente enigmatici e fantastici del Nostro.
Passano alcuni mesi, Brian May durante un concerto negli Stati Uniti (di cruciale importanza per le sorti divistiche del gruppo, avendo,
le "quattro Regine", puntato moltissimo sulla prima tournee' oltre-oceano) collassa sul palco: gli viene diagnosticata una epatite virale, causata da un ago sporco di siringa utilizzato onde somministrare un vaccino allo sfortunato chitarrista qualche settimana prima.
Sara' costretto a rimanere bloccato (fisicamente, ma non...mentalmente) per diversi mesi, costringendo in tal modo ai rimanenti compagni l'annullamento del tour, gettando nello sconforto tutto l'entourage che si era portato al seguito della grande band.
Saggiamente gli altri tre membri del complesso decidono di concedere anima e spirito al lavoro in studio di registrazione, scelta di indiscutibile intelligenza ed accortezza, in maggior considerazione del fatto che, per un principio di unita' intrinseco nei Queen, Mercury e Compagni si erano rifiutati categoricamente di rimpiazzare il convalescente May. Altri complessi, rosi dalla smania di potersi
affermare nel minor tempo possibile, avrebbero spietatamente "estromesso" l'appestato di turno, atto che, ammirevolmente, non e' stato compiuto dalla band capitanata da Freddie Mercury.
E cosi', lontani, almeno per il momento, dall'assillo psico-fisico delle esibizioni dal vivo, i Nostri si concentrano mirabilmente nel produrre il loro terzo effort, che vedra' la luce l'8 Novembre 1974: SHEER HEART ATTACK.
Per l'occasione, un mai rinunciatorio e orgoglioso Brian May, fornira' un apporto fondamentale all'interno dell'economia musicale del gruppo, firmando gemme hard quali NOW I'M HERE (composta e svilupatta durante il periodo di lunga convalescenza in ospedale) e la celebre BRIGHTON ROCK, che, dopo PROCESSION, diverra' ultra-legittimamemente uno dei favourites in assoluto dell'eclettico chitarrista inglese: da convenzionale traccia dal sapore epico e trascinante, BRIGHTON ROCK assumera' la forma di interminabile gamma di suoni e colori partoriti dalla Red Special di May (coniata anche con il suggestivo termine di "chitarra-caminetto"): e' il trionfo esecutivo di una funambolica, versatilissima sei corde, stile, questo, reso ancora piu' enfatico e travolgente dall'ampio uso di eco di cui May era un assoluto feticista.
Un esemplare incrocio tra asprezza, taglienti note e momenti di altissimo lirismo. BRIGHTON ROCK rimarra', per sempre, un punto fermo dei concerti dei Queen, nonche' supremo highlight per May, che a breve avrebbe portato a pieno compimento la famosa tecnica della "chitarra- stratificata" (in inglese layered-guitars).
SHEER HEART ATTACK mostra un decisivo passo in avanti per quel che concerne la generale sonorita' e livello compositivo raggiunto dal leggendario complesso. La leadership si divide anche in questo episodio equamente tra Mercury e May: il primo, affinando il proprio oltraggioso stile di espressivo drammaturgo, talvolta decadente e struggente: ne e' prova un piccolo e nascosto capolavoro mercuriano quale IN THE LAP OF GODS, suddivisa in due contrastanti parti: la prima, solenne ed evocativa, ricca di cambi d'atmosfera, una composizione sulla quale cadere a braccia spiegate, innamorandosene all'istante, tanta e' la dolcezza esecutiva di Mercury, perfettamente a suo agio nel ruolo di amante perduto e lasciato, ora nella mani degli Dei, Dei che saranno i giudici del suo contorto destino, un destino di peccatore oltranzista e pronto a cedere nel pianto in qualsiasi momento. La seconda parte (IN THE LAPS OF GODS..."revisited"), al contrario, rappresenta idealmente la chiusura dell'album (nonche' perfetta "set-closer" dei concerti risalenti al periodo delle prime tournee' statunitensi), un epic anthem di rara suggestione, che avrebbe chiarificatoriamente anticipato quella tipica, spesso criticata e vituperata tendenza da "inno concertistico di massa" (vedi WE ARE THE CHAMPIONS e relativi "parenti"...).
Impossibile, of course, dimenticarsi di KILLER QUEEN, a opera di un gia' gigioneggiante e raffinatissimo Freddie Mercury, piccolo capolavoro che rasenta la quintessenzialita' perfezionistica dei Queen versione-Seventies: un geniale, inusuale connubio tra melodia da "cabaret" e quel pizzico di durezza e lieve asprezza sinonimi indiscussi di certi glam-rockers furoreggianti, a cavallo della meta' di un decennio tutto da riscoprire.
La si potrebbe definire uno dei piu' riusciti esempi di kitsch-melody, tanta e' la sfrontatezza e sottile provocazione da parte di un ambiguo Mercury. Non mancano le succose, talvolta ostentatamente mielose ballate (mai stucchevoli ad ogni modo, quella stucchevolezza in cui cadranno i Queen con le loro successive iper-prodotte opere, in special modo durante gli infausti anni '80): DEAR FRIENDS e LILY OF THE VALLEY, composizioni atte a confermare una volta di piu' l'estrema sensibilita' creativa dei Nostri.
Una citazione a parte merita STONE COLD CRAZY, in assoluto tra le gemme preferite dei Queen; si tratta di un piccolo gioiello nascosto dal tempo e dalla scarsa memoria di molti ascoltatori di musica pop: trattasi di un acuminato, tagliente, nevrotico "proto-
speed-metal", che i Metallica coverizzeranno con immenso successo (e con la vincita di un prestigioso Grammy Award) nei tardi anni '80.
Next-to-come BOHEMIAN RHAPSODY e il relativo album, l'osannatissimo, iper-divinizzato A NIGHT AT THE OPERA, capolavoro assoluto dei Queen e di Mercury in particolare.
Tale prodotto s'insinuera' tra le produzioni piu' costose ed elaborate della storia del Rock, una stratosferica raccolta di canzonimaniacalmente rivisitate e studiate al minimo dettaglio, riecheggianti vivacemente il senso di ingombrante perfezionismo di cui SGT. PEPPER dei Beatles si fece indiscusso portavoce. E non a caso, con grande correttezza, A NIGHT AT THE OPERA verra' definitivamente "etichettato" come il vero, legittimo SGT. PEPPER degli anni '70.
Il resto della saga-Queen penso voi la conosciate, anche fin troppo.... e non sara' mio compito reiterare ossessivamente ed implacabilmente che cosa questi quattro audaci musicisti hanno significato nel corso della loro ventennale carriera.
Andate rigorosamente a ritroso, dimenticatevi gli insulsi "eighties" ed affogate il vostro dolore, il vostro pianto e la vostra sensibilissima anima nei solchi di inarrivabile bellezza presente nelle prime quattro opere prodotte da Freddie Mercury, Brian May, John Deacon, Roger Taylor...

© Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore

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