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2 giugno 2010

Rock'n'roll Noir: introduzione

"Il rock'n'roll è qui per rimanere", cantava Danny Rapp con il suo gruppo, i Juniors, nel 1959, "non morirà mai."
In mezzo a scandali per bustarelle e altri guai piuttosto seri che affliggevano gli Stati Uniti in quell'anno - incluse le morti improvvise di Buddy Holly e Ritchie Valens in un disastro aereo - Danny Rapp offriva al suo pubblico qualcosa che assomigliava molto a una chiamata alle armi, a un inno per un'intera generazione. In realta si trattava, piu probabilmente, di una "dichiarazione" di pura fede adolescenziale, un prodotto della cultura dei college, fatto di innocenza e ardore giovanile, che di una profezia. Ventiquattro anni più tardi, precisamente nel 1983, l'innocenza se n'era andata, insieme all'ardore di un tempo e al successo. Il rock'n'roll era diventato un vecchio scheletrico, seduto, agonizzante, al volante di una Cadíllac che assomigliava a un bianco sepolcro. Così Danny Rapp si chiuse nella stanza di un motel in Arizona esi puntò una pistola alla testa, lasciando una macchia rossa sul muro.

Forse non ha molto senso soffermarsi sulla tragica ironia che avvolge la morte di Rapp. Tutto, infatti, sembra così ovvio: il rock'n'roll aveva reclamato un'altra anima, rivelando una verità talmente singolare da diventare, nel corso degli anni, un cliché più che evidente: assieme al sesso e alle droghe, la morte ha caratterizzato l'essenza del rock'n'roll fin dai suoi albori. È l'elemento supremo che lega Elvis Presley ai Rolling Stones, e gli Stones ai Sex Pistols e agli Slayer; La morte nel rock fa parte, dunque, di una tradizione di lunga durata.
Il bluesman Robert Johnson e il cantante country Hank Williams, forse le due figure che avrebbero esercitato la maggiore influenza sul rock'n'roll e sulla sua cultura, non raggiunsero mai l'età dei trent'anni e morirono entrambi prima che Bill Haley inventasse il "rock attorno all'orologio". Anche Elvis Presley, che diede tocchi rifinitori alla mitologia e si pose. come il Figlio a completare, assieme a Williams e Johnson, una specie di Trinità musicale, morì piuttosto giovane. Per questo sorgono spontanei alcuni inquietanti interrogativi: il rock'n'roll con le sue trappole - l'alcol e le droghe, l'ossessione dei fan, la vita on the road, la filosofia del "vivi veloce, muori giovane e lascia un bel cadavere" - contiene nella sua natura qualcosa di estremamente letale e pericoloso? Oppure la verità è che molte delle persone attratte dal rock'n'roll possedevano già una linea della vita molto breve e quindi, qualunque fosse stata la loro scelta di carriera, erano comunque destinate a una morte prematura? Forse dovremmo rispondere affermativamente a entrambe le domande. Dopo quasi mezzo secolo il rock'n'roll assomiglia a una festa di morte e di morti, un cimitero pieno di lapidi illuminate dal neon e dai riflettori. È vero: sono morti anche politici, star del cinema, modelli, piloti, stuntman ma le loro scomparse non hanno mai offerto quell'agghiacciante atto di sfida non solo alle limitazioni fisiche ma anche a quelle metafisiche che ha caratterizzato le morti per rock'n'roll.

Di fronte a questa constatazione non rimane che tentare di costruire una sorta di "fenomenologia" della morte rock. Coordinate per una geografia della morte nel rock...Parlando di Robert Johnson si è spesso speculato, e talvolta con toni di assoluta serietà, che il leggendario bluesman avesse stretto un vero e proprio patto con Satana. Johnson barattò la sua anima immortale, e questo, in modo davvero molto bizzarro, spiegherebbe la sua improvvisa e prepotente apparizione come gigante del blues e la soprannaturale potenza della sua musica. Ma Johnson morì molto giovane, lasciando soltanto poche dozzine di canzoni. Forse avrebbe dovuto aspettare la scadenza dei termini, come Jerry Lee Lewis, oppure trovarsi un buon avvocato, come fece Mick Jagger, un perfetto conoscitore dei codici in grado di trovare una scappatoia per eludere il contratto.
Comunque siano andate le cose dedicare la propria vita al rock'n'roll ha sempre implicato una sorta di consapevolezza "religiosa", e ha condotto a vite piene di rituale e di mistero. Ecco perché molli ringraziano Dio sulle copertine dei loro dischi, e tanti altri sono accusati, invece, di adorare il Maligno. Tuttavia, una cosa è chiara: il rock'n'roll, fin dai suoi albori, è stato colpito da annunci di morte e visioni dell'oltretomba. A parte Robert Johnson, basta considerare una canzone come I'll Never Get Out of This World Alive di Hank Williams, e, se questo non è sufficiente, continuare con Mystery Train di Elvis Presley, I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins, o Great Balls of Fire di Jerry Lee Lewis.

Questa bizzarra e ossessiva fascinazione per la morte e il soprannaturale corre per molto tempo. sotto la superficie, fino ad arrivare al 1968, quando esplode prepotentemente e con sinistra chiarezza. Da quell'anno in poi, tutto ciò che un tempo era stato solo accennato diventò improvvisamente un punto centrale, essenziale e un aspetto distintivo di molti gruppi e di intere carriere: i Rolling Stones, i Doors, Iggy Pop, i Velvet Underground e molti altri.
Nel 1971 gli sconosciuti Buoys entrarono nelle classifiche statunitensi con Timothy, una canzone che parlava di cannibalismo, e i Bloodrock si fecero conoscere con DOA, che altro non era se non la cronaca di uno spaventoso incidente. Qualche anno più tardi i Sex Pistols seppero trasformare il concetto di automutilazione (preso a prestito dal maestro Iggy Pop) in un'arma efficiente e in una dichiarazione di guerra. Nel 1981 le ossessioni di morte di figure come quella di Ian Curtis dei Joy Division vennero considerate romantiche. Dieci anni dopo, nel 1991, gli GWAR iniziarono a mettere in scena il "gore", con spettacoli di rock teatrale ispirato dallo splatter e dalla violenza.

Tra morte reale e morte allegorica, vissuta o rappresentata, un'altra morte, tuttavia, si pone alla nostra attenzione: la molte del rock'n'roll stesso, periodicamente gridata dai media, sottoposta a riflessioni colte o pseudocolte da parte della critica e degli stessi musicisti.
Il decesso sembra sia già avvenuto diverse volte: la prima nel 1959, all'epoca dell'incidente aereo di Buddy Holly; la seconda intorno al 1970, dopo il fango di Woodstock, con la tragedia di Altamont e le successive morti di Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison; la terza, e a detta di alcuni, l'ultima, nel 1977, quando i Sex Pistols e l'intero punk rock non solo dichiararono morto il rock'n'roll ma ne distrussero anche il cadavere. Sotto certi punti di vista le prime due "morti" sembrarono eventi abbondantemente orchestrati dai mass media; la morte del rock'n'roll è sempre stata una buona notizia, una bella storia drammatica che, guarda caso, serve gli interessi dell'industria discografica. Quando ii rock'n'roll morì per la prima volta, a molti sembrò l'oppòrtunità per rendere più, accettabile quella che, fino ad allora, sembrava essere diventata una pericolosa, attività giovanile.
Una prospettiva che, unita all'entrata in azione delle varie agenzie governative, minacciava le vendite e terrorizzava le compagnie discografiche. Nel momento della sua seconda dipartita, invece, l'occasione fu quella di spostare l'attenzione dalle canzoni da. radio AM ai pezzi tratti dagli album sulla nuova generazione delle stazioni FM, il che apriva un mercato indubbiamente più redditizio di quello precedente.
L'ultima morte del rock'n'roll, invece, avvenne in modo del tutto silenzioso. Non c'era nulla da guadagnare da parte dell'industria, così i manager la ignorarono. Ai loro occhi il punk rock fu quasi un non-evento, un falso allarme, un puntino senza significato. Nell'anno in cui i Sex Pistols acquistarono fama internazionale, il 1977, Debby Boone e i Fleetwood Mac erano in testa alle classifiche dei singoli e degli album. Alla fine di quell'anno venne distribuito nelle sale Saturday Night Fever.