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Happy The Man - "Live" 67’18’’ (Cuneiform)

E’ un onore recensire un gruppo storico come gli Happy The Man che hanno iniziato le loro gesta nel lontano 1974 , cavalcando egregiamente l’onda del progressive-rock. Ricordo ancora alcuni loro concerti con i Genesis come gruppo spalla. Ora si sono riformati e già nel 2004 hanno pubblicato uno splendido album The muse awaken, ma è sul Live del 1994 che ci soffermiamo perché racchiude molto della loro storia. La band è stata formata da Kim Watkins che la guida ancora dopo alcuni anni di militanza nei Camel. Al basso c’è Rick Kennell e al sax Don Murray. Questo disco è tratto da due differenti concerti tenutisi in un tour americano del 1978, terra dove il prog riesce a sopravvivere grazie a manifestazioni gloriose come il Near Festival. Tutta l’energia e il fascino antico riemergono in nella loro completezza. Anche le copertine degli
Happy The Man sono sempre state molto curate nella grafica, ancora oggi. E nuovi fans senz’altro apprezzeranno questa rinascita che non fa dimenticare gli antichi giorni di Happy The Man, Crafty Hands e Better Late. I nuovi capitoli hanno limpidezza, freschezza musicale e non sembrano assolutamente datati. Le composizioni di Kim Watkins come Starborne sono attente ai gusti del pubblico e non si perdono in inutili elucubrazioni cervellotiche che finirebbero per annoiare l’ascoltatore. Alcune canzoni come Nossuri sono oscure e decadenti ma sempre con spirali che sfumano in un cielo stellato. Hidden Moods ha un’aria quasi jazz elettrica con i bellissimi giochi di tastiere cristalline di Watkins che saltellano fra il basso potente e la chitarra di Stanley Whitaker. Una nostalgia che fugge quando siamo certi che l’Uomo Felice è ancora tra noi, e allora le pagine più belle vengono rinfrescate dalla realtà che catapulta gli Happy The Man in una formazione egregia capace ancora di produrre musica degna di essere valorizzata. Il pubblico presente non è numerosissimo, ma attento e appassionato che apprezza ogni nota; qualche atmosfera alla Geese and the Ghost di Anthony Phillips in I Carve the Chariot on the Carousel, centellinata da arabeschi medievaleggianti che si scontrano con orde sonore potenti dove un flauto risorge dalle rovine. Bello ritrovare degli alfieri nella stessa arena dove si esibiscono nuovi guerrieri. Da questa fusione il progressive-rock può ancora essere fucina di metallo dorato.


© 2006 Lino Terlati - per gentile concessione dell'autore


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