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© Stefano Marzorati 2010


 

IL PRIMO DISCO NON SI SCORDA MAI/4: VERY 'EAVY...VERY 'UMBLE... - URIAH HEEP

Dopo i Moby Grape, m'imbatto volentieri in un altro dei gruppi piu' sottovalutati, snobbati e stroncati dalla critica rock: mi riferisco agli inglesi Uriah Heep. L'album di cui dibattero' con enorme piacere sara' l'ormai leggendario Very 'Eavy...Very 'Umble..., loro prima opera, e dai veri esperti considerato uno dei "dischi-manifesto" del primo hard-rock inglese (dominato allora dalla invincibile triade Led Zeppelin - Deep Purple - Black Sabbath, tutt'ora l'indiscussa ed inconvertibile spina dorsale dell' hard inglese per antonomasia). Uno dei motivi predominanti che caratterizzano il disco d'esordio degli Uriah Heep non verte principalmente sulla qualita' musicale del disco, bensi' sulla famosissima (quanto infame) affermazione della carneade Melissa Mills, allora (era il 1970) critica (?) musicale per il quotato Rolling Stone: "Se questo gruppo sfonderà, io mi suiciderò" - una frase che destò scalpore nell'ambiente musicale e che fece subito comprendere al gruppo quanto dura e irta di traversie sarebbe stata la scalata verso il successo. I critici si sono sempre (sadicamente) "divertiti" nell'affondare a piu' riprese (e spesso senza alcun motivo che giustificasse tale acide critiche) i complessi dei primi anni '70, complessi che proponevano azzardate quanto bizzarre miscele di hard-rock dalla venature blues, ma talmente esasperate da far apparire la loro proposta musicale spesso e volentieri "dissacratoria" e ai limiti della sopportazione "uditoria". Va anche doverosamente sottolineato che questi gruppi erano sostenuti da un potenziale compositivo e strumentali largamente superiore alla media, sebbene il loro destino si sarebbe equamente diviso tra grande successo di pubblico e roventi, destabilizzanti e corrosive critiche da parte di giornalisti musicali e critici che forse (sostengo io) di competenza ne avevano ben poca, per non dire quasi nulla. Fra i gruppi piu' martoriati e vilipendiati vi sono appunto gli Uriah Heep, "accompagnati" da Black Sabbath e Grand Funk Railroad, gli altri "maestri ambasciatori" della prima ondata hard mondiale. Costoro, nel proseguio degli anni formeranno la "grande triade degli incompresi", finendo regolarmente sui taccuini degli addetti ai lavori piu' per denotarne le lacune e le carenze compositive di un momento magari assai poco ispirato, piuttosto che evidenziarne (come sarebbe stato piu' onesto fare) i meriti e le competenze artistiche od ammettere il successo commerciale fino a quel momento ottenuto. Nulla di tutto cio': i critici o presunti tali si sarebbero presi gioco pedissequamente di questo trio dalla grandi possibilita' mai del tutto riconsciute, e sia gli Heep e Sabbath che i Grand Funk sarebbero stati "risarciti" dei soprusi subiti solamente un ventennio dopo, un lasso di tempo che avrebbe loro permesso di essere piu' compiutamente e seriamente valutati per cio' che avevano, sul campo, espresso molti anni addietro. Ed ho scelto proprio il primo disco degli Uriah Heep in quanto sostengo si tratti di un'opera di indiscusso valore e di innegabile fascino, una, seppur a tratti un po' dispersiva, sapiente miscela di hard "marcato" di venature gotiche ed elaborate tessiture ed incroci vocali che avrebbero decretato il loro personalissimo "trade mark". Hard-rock, questo si', ma contraddistinto da un gusto per la melodia nettamente fuori del comune,
erigendosi a portavoce di una forma inedita di rock duro inglese solitamente "sepolto" da tonnellate di watt o poco piu'. In aggiunta a tutto questo Very 'eavy...Very 'Umble... possedeva un magnetismo e un fascino che successivamente ho raramente riscontrato nelle opere successive del complesso proveniente da Birmingham. L'esordio degli Uriah Heep e' una stramba amalgama di spigoloso rock inframezzato da affascinanti impartiture vocali, sulle quali svetta l'appassionante, trascinante ugola di David Byron, a mio modesto parere uno dei vocalist piu' sottovalutati di tutto il panorama rock: costui possedeva una voce assai duttile ed espressiva, in grado di passare da tonalita' sofferte e drammatiche ad altre di piu' ampio respiro, adattandosi egregiamente alla versatilita' che impera in questo disco. Gia' dal primo solco, il classico Heep per eccellenza Gypsy, vengono tracciate, imperiosamente e chiarificatoriamente, le coordinate del gruppo: sound monumentale, introdotto e diretto dal riff incalzante e monolitico di Mick Box, chitarrista non dotatissimo tecnicamente ma capace di conferire pathos e colore alle composizioni del gruppo, nonche' strumentista istintivo e viscerale nel suo approccio alla sei corde ed elemento indispensabile quanto Byron, all'interno della band. Completa il "trio-madre" il tastierista Ken Hensley, uno dei maggiori "keyboard-players" del panorama hard/progressive, purtroppo anche lui vittima dell'ottusa ignoranza che regnava allora fra gli addetti alla stampa musicale. Gypsy apre superbamente Very 'eavy...Very 'Umble... e in pratica sintetizza in soli sei minuti la straordinaria gamma strumentale del complesso; riff, basso e tastiere procedono all'unisono, creando un martellante muro di suono che ha il pregio di creare una magnetica attesa, interrotta egregiamente dalla voce di David Byron, che in questo frangente rivela il suo carisma di vocalist aggressivo e dalla vocalita' "alto-vibrato" possente ed estremamente acuta.
Gypsy prevede anche un arresto, e trattasi di un intermezzo di stampo "dark-gotico" con vaghe allusioni alla psichedelia, dominato dalle tastiere di Hensley e confinanti con i sinistri fraseggi di Box che pone fine alla parte centrale del brano onde reintrodurre la possente vocalita' diByron. La traccia si conclude in pieno stile King Crimson prima maniera, con tutti gli strumenti strizzati al massimo quasi in un concitatissimo, coinvolgente finale; a dire l'ultima parola...anzi! l'ultimo acuto sara' Byron che completa cosi' un vero e proprio "orgasmo in musica".
Segue Walking In Your Shadow, introdotta da una batteria sincopata che prelude al riff granitico e tellurico di un ispirato Mick Box; in questo frangente e' Byrona fare la parte del leone, calibrando la sua interpretazione alla perfezione e fungendo da ottimo elemento compensatore ai cambi di direzione all'interno della traccia; sara' infatti il suo muscolare vibrato ad offuscare gli altri strumenti, facendo comprendere subito chi sara' il dominatore del disco. Dopo Walking in your Shadow assisteremo al primo autentico "break" del disco, la bellissima, sfuggente e decadente Come Away Melinda, che rivela,una volta di piu', quanto versatile sia la gamma vocale di Byron. Tale e' la levigatezza, la dolcezza ed il pathos con cui il lead-singer interpreta questo drammatico spaccato di Seconda Guerra Mondiale, che rievoca il ricordo che una bambina ha di sua madre, deceduta proprio durante quella Guerra. Byron tocchera' vertici espressivi raramente raggiunti da altri vocalists del suo periodo, e s'imporra' come talento dalla vocalita' originale e subito riconoscibile. Lucy Blues, la quarta traccia, chiude la prima facciata senza infamia e senza lode, rappresentando l'unico vero punto debole di questo folgorante esordio. Il brano in questione forse risente di certo accademismo, trascinato lungo tutto il suo percorso, privandolo cosi' di mordente ed efficacia; Lucy Blues e' un lento molle, quasi cantato con poca convinzione e necessario, con ogni probabilita', di maggiore spigolosita' e accortezza, in particolare per quel che concerne l'arrangiamento, francamente scollacciato e senza una precisa identita'.
Poco male, ora arriva il lato B, e gia' a partire dalla travolgente, eccitante Dreammare ci viene fatto notare di come il gruppo sia ritornato, e nella maniera piu' convincente possibile, sul tracciato giusto: riff "killer", spietato quanto basta per lasciare campo libero a un ispiratissimo David Byron, in vesti assolutamente imperiose, a riconferma di tutta la possenza e versatilita' di cui il cantante inglese e' capace; dopo le prime due strofe, si assiste ad un elettrico, spasmodico "break", ad opera della chitarra, sapientemente satura, di Mick Box , che, pur producendo solo un paio di note o poco piu', stabilisce la sua fama di chitarrista poco tecnico ma efficacissimo ed assai essenziale. Ad "avvolgere" questo continuo crescendo magmatico di energia, muscolarita' e pathos musicale, sono le straordinarie e complesse partiture vocali, a cui praticamente partecipano tutti i membri del complesso, in modo da solidificare la gia' di per se' incredibile potenza vocale di Byron, mai cosi' a suo agio con gli Uriah Heep.
Real Turned On, la seconda traccia del lato B, e' un "hard" sanguigno e piuttosto potente, sul quale svetta, una volta di piu', un Byron, in questa occasione mostrante una voce piu' acida ed aggressiva del solito. Discreto riff di Mick Box, e buon assolo nella parte centrale del brano, ma nulla piu'. Segue I'll Keep On Trying, oserei dire piuttosto tipico da parte dei primi Uriah Heep, con un intercedere gotico, contraddistinto, coadiuvato dal loro classico gusto per l'epico, qui ai suoi massimi splendori. Ma la parte migliore, ed autentico "high-light" del disco, avviene nella sezione centrale, dove la band, sorprendentemente, si profonde in un "break-alla-Beach-Boys", regalando all'ascoltatore di turno un momento di dolcissima ebbrezza, quasi come fossimo "trasportati" verso un limpidissimo cielo e rimanessimo, in un'atmosfera tra surreale e fantasy, in dolcissima, onirica sospensione.... davvero un intermezzo di grande effetto, che pone in evidenza le straordinarie capacita' vocali in seno alla band di Birmingham. Sul finire di questo stupefacente break, irrompe, si sovrappone la chitarra iper-satura e tagliente di Box , impregnata di Wah-Wah fino al collasso nervoso..... Al termine di questo concitato marasma musical-schizophrenico s'insinua, nuovamente, la voce arrogante di Byron, contrappuntata dagli usuali "epic-choirs" del gruppo e da un basso e tastiera martellanti ed all'unisono, che chiudono con vigore e spietatezza I'll Keep On Trying. E, dulcis-in-fundo, avremo il vero capolavoro di Very 'eavy...Very 'Umble...- Wake Up, Set Your Sights, una composizione di chiara estrazione jazz, nonche' ennesimo pretesto delle velleita' artistiche da parte degli Heep; un sommo esempio di versatilita' e, aggiungerei, anche di "inusualita'", considerando il rilevante (e per nulla da sottovalutare) fatto che, per essere nel 1970, scegliere una soluzione simile pareva essere piuttosto audace per i tempi.
E lo fu, senza ombra di dubbio, sebbene la critica perseverasse nelle sue noiose, patetiche torture ai danni del gruppo (e non solo, purtroppo). La voce di Byron, inutile dirlo, e' straordinaria e conferisce al brano una duttilita' ed una complessita' vocale degna di nota, con il vocalist stesso che tende a doppiare la propria voce creando effetti molto affascinanti e di notevole "appeal".
In Wake Up c'e' tutta la classe degli Uriah Heep. Hard-rock ma non troppo, talvolta "smussato" da atmosfere che vagano tra il surreale e l'onirico, tra il gotico e l'epico-massiccio, un'esplosiva miscela di generi "toppata" dalle prodezze vocali del cantante e sorretta da armonie elaboratissime e conferenti quel tocco di unicita' agli Uriah Heep. Wake Up segue diversi tracciati, le accentazioni ritmiche sono multiformi, si tratta di un brano "instabile" che sembra seguire di pari passo il testo, evocativo ma al tempo stesso ammonitorio, un testo basato sui rischi che ci possono essere "rovesciati" in vita e dai quali ci dobbiamo continuamente guardare, onde non venire annientati e poi "seppelliti" da peccati che potremmo commettere.
Alla fine di tanta concitata frenesia musicale, giunge, in tutta la sua epica possenza, la voce-vibrato di Byron, che ci lascia il suo testamento di uomo in preda alla disperazione ed invocante Dio, affinche' il Creatore blocchi questo eccidio, prima che egli lasci questo mondo e muoia estremamente addolorato. I secondi finali sono quanto di piu' bello ed immaginifico un disco di rock possa donare, una chitarra pizzicata soffusamente, di stampo prettamente onirico, talmente suggestiva da farci cadere in un sonno profondo, Molto profondo, ma talmente estatico e fluttuante da non doverci porre alcun problema; i sospiri e il "feel" vocale di Byronfaranno il resto, accompagnando, con immensa soavita' e leggerezza, le note oniriche profuse dalla chitarra di un Mick Box assolutamente inarrivabile. E il sogno si concluse...
Alla fine di questo solco, una cosa mi e' molto chiara: gli Uriah Heep avranno prodotto dischi persino migliori di questo, ma per certo nessuna delle successive produzioni vantera' il pathos e il magnetismo musicale di quest'opera fin troppo discussa ma dall'immenso valore storico.

© Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore