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AVATAR, UNA “SPACE OPERA” MOLTO TERRA TERRA

Dispiace trovarsi d’accordo con Roberto Faenza, che su “La Repubblica” del 7 gennaio scorso si è messo a sparare a palle incatenate contro Avatar, sostenendo che il cinema digitale ammazza le emozioni autentiche, e che il nuovo cinema fantastico hollywoodiano vive più di denaro che di creatività. Dispiace soprattutto perché il cinema italiano ha abbandonato i generi da mo’. E si accontenta di oscillare fra cinepanettoni e cinepolpettoni, senza nessun riguardo a un passato che riusciva a far convivere felicemente Sergio Leone e Sergio Corbucci, Enrico Maria Salerno e Terence Hill, cinema di denuncia e horror duro e puro, e insomma era cinema a 360°, ingenuotto ma godibile, esportabile, se capita involontariamente intelligente. Epperò, a vedere il blockbuster lungamente coltivato e prodotto con grande dispendio di mezzi e intellighenzia da James Cameron si ha quasi voglia di dar ragione allo sfogo del regista torinese. Perché Avatar restituisce allo spettatore solo una frazione delle centinaia di milioni di dollari bruciati nel sogno del creatore di Titanic. Ma anche perché rappresenta il punto lo zenit della progressiva infantilizzazione del cinema fantastico hollywoodiano, ormai tanto ricco di capitali e tecnologie quanto povero di stimoli, metafore e presagi. Il risultato è un film innovativo sul piano realizzativo, ma conservatore nella struttura, nella scrittura, nell’impasto visivo. Si dirà: pure “Star Wars” era cucina con gli avanzi. Certo che sì. Ma laddove Lucas era riuscito nel miracolo di frullare, impastare e mescolare topoi triti e ritriti dando loro un gusto originale e persistente, Cameron ha usato ingredienti innovativi per raccontare una storia trita e ritrita. Un’inversione di tendenza imperdonabile.

Pocahontas nello spazio

La storia: un marine paraplegico viene spedito su un mondo lontano grazie alle analogie fra il suo dna e quello del fratello defunto per prendere il suo posto alla guida di un avatar, ibrido umano-alieno creato su misura per sopportare la letterale e metaforica atmosfera irrespirabile del pianeta Pandora. Capirai: su questo eden incontaminato e abitato da mostroni tutti piume, muscoli, grinfie e zanne i terrestri ci hanno trovato interi giacimenti di unobtainium, un minerale rarissimo e molto ricercato, quindi tocca andare, conquistare e trivellare. Peccato che il giacimento più grosso stia proprio sotto casa di un clan di guerrieri altissimi, purissimi, azzurrissimi, che hanno le ossa in fibra di carbonio, sono feroci come mescaleros incazzati e non hanno nessuna intenzione di mollare. Spedito sul pianeta per conquistare i cuori e le menti dei locali sotto mentite spoglie, il marine paraplegico versione 2.0 incontra una strafiga, si innamora del luogo e decide di cambiare casacca, tradendo i terrestri per schierarsi con i guerrieri Na’Vi. A decidere le sorti dello scontro sarà una battaglia fine di mondo in cui l’approccio peace and love dei buoni riuscirà ad avere la meglio sulle pulsioni capitaliste e guerrafondaie dei cattivi. Dopodichè tutti a casa, e appuntamento alla prossima puntata. Il tutto, in due ore e quarantasei minuti di film, rigidamente suddivisi in due atti: una prima parte costruita per portare lo spettatore in gita sul mondo alieno concepito da Cameron e soci in tre lustri di gestazione, e una seconda parte costruita per portarlo in guerra.

Molto rumore per poco

Dire che Avatar sia irrimediabilmente brutto non sarebbe onesto. Da un punto di vista meramente stilistico, Cameron è ancora in grado di impartire lezioni di stile, visionarietà e tensione drammatica a tutti gli Emmerich, i Bay e i Lawrence in circolazione, come dimostra la tenuta di un film che eccede solo nelle pretese documentaristiche della parte centrale, e chiude con un crescendo da manuale del cinema d’azione. E la cura profusa dal regista e da griffe come Weta Digital, ILM e Stan Winston Studio nel creare un mondo dalla A alla Z, dalla flora, alla fauna, fino alla biologia e alla cultura locale denota una passione maniacale. Il problema sta soprattutto nella sceneggiatura. Talmente sciatta, risaputa e superficiale da diluire tutti gli spunti interessanti del soggetto - il “doppio”, l’incontro-scontro fra culture, il legame perverso fra capitalismo e imperialismo, il misticismo animista - in una favola ad altezza teenager. Che cita in maniera superficiale e dolorosamente irritante blockbuster più autenticamente polemici e riusciti, da “Atmosfera Zero”, ai primi due “Alien”, ad “Atto di Forza”, a “Starship Troopers”. E talmente ansiosa di compiacere il pubblico da ridurre i personaggi stessi ad avatar. Figurine monodimensionali, facili da capire, perfettamente intercambiabili, impossibili da amare o odiare fino in fondo, perché totalmente prive di alito vitale. Quello che resta è un circo a tre piste che avvolge con la meraviglia del 3D stereoscopico, del dolby surround e della perfetta integrazione fra cast live-action “a tutte stelle”, effetti digitali e performance capture: cinema effimero, destinato a reggere quanto i record di incassi, cioè fino all’uscita del prossimo blockbuster definitivo. E senza le emozioni che il buon Jim ci ha elargito a piene mani in passato: qui l’ironia di “Terminator”, il testosterone di “Aliens-Scontro finale” o i batticuori di Jack e Rose sulla prua del “Titanic” non hanno diritto di cittadinanza.
Forse, anche questo è un segno dei tempi.

© 2010 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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