Spurlock “in action”

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PANICO E COMPANATICO

Dopo Michael Moore, un altro documentarista a stelle e strisce assesta un morso al sogno americano: ecco Super Size Me, il primo McHorror a base di hamburger e patate fritte.
Venghino, siori, venghino: perché anche per questa rubrica è venuto il momento di abbandonare le atmosfere salottiere e inoffensive dei kolossal ad alto budget per una puntatina nel cinema di denuncia. L’occasione, ghiotta davvero, nasce da un filmetto piccino picciò, che però, a modo suo, è già un evento: perché Super Size Me, premiatissimo negli Usa, ha tutte le carte in regola per colpire gli spettatori al cuore e allo stomaco. Pur essendo un documentario.

Una prova da far tremare i polsi

Lo spunto di partenza è semplice e geniale. Cosa può succedere a un poveraccio che per un intero mese consumi tutti i suoi pasti da McDonald’s? A porsi l’esiziale interrogativo, e a offrirci la risposta, è Morgan Spurlock, un bel tipetto di filmaker con qualche precedente in MTV. Che, punto sul vivo dalle allarmanti statistiche sul malcostume alimentare dei cittadini statunitensi – affetti in percentuali gargantuesche da obesità, disfunzioni cardiache, e altre magagne dovute ai cibi troppo grassi e alle bevande troppo zuccherate - ha pensato bene di andare dritto al cuore del problema. Come? Semplice: inforcando la propria macchina da presa, e intervistando tonnellate di medici, nutrizionisti, cuochi, avvocati e semplici passanti. Il tutto, in venti fra le città più popolose degli Usa, compresa Houston, Texas, universalmente nota come “la città più grassa d’America”. Già così, era un’impresa dura da digerire. Ma il calvario non poteva dirsi completo senza una bottarella di sperimentazione sul campo. E così il nostro ha osato l’inosabile. Infliggendosi trenta giorni di colazioni, pranzi e cene all’ombra degli archi dorati.

La grande abbuffata

Le regole dell’esperimento, in sé, sembravano abbastanza semplici: dopo aver consultato il proprio medico per un bel check-up iniziale, ed esserne uscito promosso a pieni voti, Spurlock si è ripromesso (a) di consumare solo i cibi disponibili nei McMenu (b) di evitare i menu maxi, i famigerati “Supersize”, a meno che non gli fossero offerti dai solerti camerieri di McDonald’s, e (c) di evitare le scappatoie: una volta ordinato il suo pasto a base di hamburger, avrebbe dovuto farselo fuori fino all’ultima stilla di Coca-Cola. I risultati sono stati decisamente illuminanti: come ha scritto Dennis Lim, uno dei critici cinematografici di “The Village Voice”, “Quando si tratta di illustrare gli effetti perversi di una "McDieta", non c’è niente di meglio che un bel quarto di libbra caldo caldo con formaggio”. E Super Size Me lo dimostra. A quattro palmenti.

Quanto casino per un panino!

Come un horror gastronomico a metà fra La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri e La Mosca (1984) di David Cronemberg, il film segue impietosamente il coraggioso regista trentaduenne mentre, con lo stoicismo di un kamikaze giapponese, procede verso il disfacimento fisico e morale. 5 giorni e circa 3 kg. dopo i primi morsi, ecco i primi sintomi: senso di oppressione al petto ed emicrania. Poi, settimana dopo settimana, arriva il meglio: calo della libido, crescita abnorme di glicemia, colesterolo, acido urico ed enzimi epatici. Dopo quindici giorni, la situazione comincia a prendere una brutta piega, ma il nostro resiste, resiste, resiste per un intero mese, come il Cristo di Mel Gibson in salsa ketchup. Fino a rischiare di finire in ospedale “Con il fegato come paté”. O a far schiattare dalle risate e dalla paura la platea del Sundance Festival 2004. Ma soprattutto, fino a costringere la dirigenza della multinazionale della polpetta a cambiare decisamente registro, eliminando dalla circolazione i menu maxi e mettendo in produzione un “Happy Meal” a misura di adulto, con un contapassi al posto del classico giocattolino. Certo, le polemiche non mancano: ma se qualche nutrizionista insiste nel tentare di dimostrare la faziosità delle argomentazioni di Spurlock, la critica sa da che parte stare.
Leggere, per credere, il velenoso commento di Roger Ebert, il Mareghetti americano, che nella sua recensione sul Chicago Sun-Times chiosa: “Può darsi che andare da McDonalds e mangiare come si deve sia possibile. Ma è come andare in uno strip bar per il tè freddo”. E buon appetito a tutti.


© 2004 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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